Gianni Rodari e la scienzaantonio.massariolo
Mar, 08/25/2020 – 17:13


Italian

Pietro Greco

Siamo arrivati al ventesimo e ultimo appuntamento con Gianni Rodari e la scienza. Tema, a nostro modestissimo avviso, decisivo per la produzione di questo straordinario scrittore nell’ultimo ventennio della sia vita.

E, allora, diamogli subito la parola, senza troppi indugi.

«L’idea che il bambino d’oggi si fa del mondo è per forza tutt’altra da quella che se ne può essere fatta, da bambino, il padre stesso da cui lo separano pochi decenni», scrive il nostro nella sua Grammatica della fantasia pubblicata nel 1973.

Aveva ragione ed ha tuttora ragione.

Il cortese lettore perdonerà se, in quest’ultimo appuntamento, il cronista parlerà un po’ di sé e della sua famiglia. Ma è per spiegarci meglio.

I miei figli, tra la fine del XX secolo e questo primo ventennio del XXI secolo, si sono fatti un’idea del mondo in maniera affatto diversa a quella che me ne feci io, tra la fine degli anni ’50 e l’inizio degli anni ’60 del XX secolo.

E io stesso, allora, mi feci un’idea del mondo in maniera completamente diversa rispetto a quella che se ne erano fatta mio madre e mio padre, trent’anni prima, tra la fine degli anni ’20 e l’inizio degli anni ’30. E i miei nonni, all’inizio del XX secolo.

CULTURA


La scienza domina l’opera di Gianni Rodari

Tutti – i miei nonni, i miei genitori, io, i miei figli – siamo nati e abbiamo trascorso la nostra fanciullezza in piccoli paesi dove tutti conoscono tutti: mille anime o poco più. Tutti abbiamo trascorso gli anni da bambini in famiglie né ricche né povere, in grado di fornirci ciò che era considerato essenziale.

Eppure non c’è dubbio – malgrado le analogie del contesto in cui ciascuno di noi è vissuto – l’idea che i miei nonni un secolo fa, mia madre e mio padre, settant’anni fa, io trent’anni dopo e i miei figli quarant’anni dopo ancora ci siamo fatti del mondo è stata tutt’altra.

Perché?

Beh, perché quando mia madre e mio padre erano bambini, negli anni ’20 del secolo scorso, nel suo mondo non c’era la scienza. Ancor di più ciò vale per i miei nonni. Nei loro rispettivi tempi la scienza esisteva, ovviamente, ma non era ancora entrata nella vita quotidiana delle persone né con la tecnologia né con le immagini del mondo.

Quando io ero bambino, a cavallo tra la fine degli anni ’50 e l’inizio degli anni ’60 del secolo scorso, in casa già c’era la televisione – sia pure in bianco e nero e con un solo canale – mentre lassù il cielo iniziava a essere solcato da razzi e astronavi. Lo spazio a disposizione per le nostre esperienze reali e virtuali era enormemente aumentato.

I miei figli, agli sgoccioli del XX secolo e in questo inizio del XXI, sono vissuti (e vivono tuttora) non solo in una casa ipertecnologizzata – televisioni con decine di canali, play station, iPod e soprattutto cellulari e computer connessi con la grande rete globale – ma in un universo cognitivo completamente diverso.

Per forza l’esperienza di un bambino oggi lo mette in condizioni di fare operazioni diverse, forse anche cognitivamente più complesse, rispetto a quelle realizzate dai genitori qualche decennio prima e dai genitori dei genitori nella generazione precedente.

Nulla, dunque, più della scienza ha modificato il modo in cui le nuove generazioni si fanno un’idea del mondo in maniera affatto diversa rispetto a quella delle generazioni precedenti.

A ben vedere è questa la grande intuizione (forse la più grande) che ha avuto Gianni Rodari nel reinventare la grammatica della fantasia e nell’utilizzare gli antichi strumenti – la favola, la filastrocca – per raccontare ai bambini (e agli adulti) non solo e non tanto il mondo nuovo in cui ci hanno sbarcato la scienza e la tecnologia ma il nuovo modo di pensare il mondo nell’era della scienza e della tecnologia.

E, infatti, come abbiamo visto, la scienza domina l’opera di Gianni Rodari – almeno a partire dalla metà degli anni ’50. Anche se è un dominio dolce. Non declamato. E di cui pochi si sono accorti e tuttora si accorgono. Tuttavia è un dominio vero, vasto e profondo, incessante.

Il modesto scopo di questa antologia è farla emergere, questa centralità della scienza nell’opera di Gianni Rodari. E di renderne ragione.

Per far emergere la centralità della scienza nel mondo narrato da Gianni Rodari abbiamo creduto utile portare esempi concreti di quanto e con quanta varietà di temi il più grande scrittore per l’infanzia che l’Italia abbia avuto nel XX secolo parli di scienza e della sua figlioletta, la tecnologia innovativa, nelle sue fiabe, nei suoi racconti, nelle sue poesia. Per avere una prova che la nostra tesi non è tirata per i capelli e non è una provocazione, basta considerare come Gianni Rodari chiude la sua opera teorica più importante – La grammatica della fantasia, pubblicata come abbiamo detto nel 1973. L’ultimo paragrafo è dedicato ad Arte e scienza. Il penultimo è dedicato ad Attività espressive ed esperienza scientifica. Il terzultimo paragrafo è un (apparente) intermezzo dedicato ai gatti, anzi alla Difesa del «Gatto con gli stivali» (diciamo che l’intermezzo è apparente perché il tema del paragrafo è il realismo della fiaba). Il quartultimo paragrafo è ancora una volta molto esplicito, dedicato com’è a Le storie della matematica. Tre paragrafi degli ultimi quattro del suo libro teorico più importante riguardano la scienza. No, non può essere un caso.

E, infatti, basta scorrere il suo discorso ufficiale più importante, quello pronunciato a Bologna nell’aprile 1970 al XII Congresso dell’International Board on Books for Young People (IBBY) quando gli è stata consegnata la medaglia Andersen, per trovare i medesimi temi e verificare che è dedicato, con la solita leggerezza e ironia, per un quarto alla figura del gatto e per i restanti tre quarti alla scienza – alla figura di uno scienziato, Isaac Newton, alla creatività scientifica, ma anche alla tecnologia che rende spesso possibile realizzare ciò che raccontano le favole, non attraverso la magia, bensì attraverso la ragione e l’esercizio dello spirito critico.        

            Ringrazio la giuria che mi ha assegnato questo premio intitolato al grande e caro nome di Andersen. Ringrazio il dottor De Azaola per tutte le belle cose che ha detto di m e dei miei libri. Ma se dovessi ringraziare tutti quelli di cui in questo momento mi sento debitore, non finirei mai. Per esempio, mio padre. Era un fornaio e voleva molto bene ai gatti. Avevamo sempre dei gatti in casa. Forse è per questo che mi vengono in mente tante storie di gatti. Per esempio la storia di un gatto che aveva il bernoccolo degli affari e mise su un bel negozio di generi alimentari. Questo gatto vendeva topi in scatola. Cioè, questa era la sua intenzione e per questo aveva comprato tante belle scatole di latta e aveva preparato un bel cartello con su scritto: “Diamo gratis l’apriscatole a chi compra tre scatolette”. Il guaio è che i topi non volevano saperne di entrare nelle scatole. E infine il gatto dovette cambiare mestiere. Poi, la storia di un gatto che si chiamava Milano. Il suo padrone era il capostazione di Bologna. Quando arrivava un treno il gatto correva fuori a vedere; il capostazione correva fuori per paura che il gatto finisse sotto il treno e lo chiamava: Milano, Milano! E tutta la gente, credendo di essere già arrivata a Milano, giù dal treno, fregandosi le mani. Di qui molte confusioni e avventure.

            Credo proprio che il premio Andersen mi abbia messo addosso una gran voglia di scrivere storie di gatti. E spero che nessuno scambi questo proposito per una minaccia, o mi venga a dire che storie così sono fatte per impedire ai bambini di diventare persone serie.

            Intanto, si può parlare degli uomini anche parlando di gatti e si può parlare di cose serie e importanti anche raccontando fiabe allegre.

            E poi, che cosa intendiamo per persone serie? Facciamo il caso del signor Isacco Newton. Secondo me era una persona serissima. Ora una volta, se è vero quello che raccontano, stava seduto sotto un albero di mele e gli cadde una mela in testa. Un altro al suo posto, avrebbe detto quattro parole poco gentili e si sarebbe cercato un altro albero per stare all’ombra. Invece il signor Newton comincia a domandarsi: E perché quella mela è caduta all’ingiù? Come mai non è volata all’insù? Come mai non è caduta a destra o a sinistra, ma proprio in basso? Quale forza misteriosa l’attira in basso?

            Una persona priva di immaginazione ascoltando discorsi del genere, avrebbe detto: «Questo signor Newton è poco serio, crede in forze misteriose, magari crede che ci sia un mago dentro la terra, pensa che le mele possano volare come il tappeto delle Mille e una notte, insomma, alla sua età, crede ancora nelle favole».

            E invece io penso che il signor Newton abbia scoperto le leggi della gravitazione universale proprio perché aveva una mente aperta in tutte le direzioni, capace di immaginare cose sconosciute, aveva una grande fantasia e sapeva adoperarla.

            Occorre una grande fantasia, una forte immaginazione per essere un vero scienziato, per immaginare cose che non esistono ancora e scoprirle, per immaginare un mondo migliore di quello in cui viviamo e mettersi a lavorare per costruirlo.

            Io credo che le fiabe, quelle vecchie e quelle nuove, possano contribuire a educare la mente. La fiaba è il luogo di tutte le ipotesi, essa ci può dare delle chiavi per entrare nella realtà per strade nuove, può aiutare il bambino a conoscere il mondo, gli può dare delle immagini anche per criticare il mondo. Per questo credo che scrivere fiabe sia un lavoro utile. Debbo dire che è anche un lavoro divertente e da un certo punto di vista è strano che uno faccia un lavoro che lo diverte e per di più venga pagato per questo, e magari premiato.

            In effetti, sarebbe bene che tutti potessero fare un lavoro che li impegna, li interessa e li diverte. Questa è per adesso una utopia, cioè una fiaba. Ma molte volte le fiabe si realizzano. Per esempio, nelle fiabe ci sono tappeti volanti, navi volanti: ed ecco che noi abbiamo il jet supersonico. Non possiamo ancora dire, come nelle fiabe, “tavolino apparecchiati!”, però possiamo dire “bucato, lavati!”, “piatti, sciacquatevi!”.

            Quello che diciamo può diventare vero.

            Il vero problema è di riuscire a dire le cose giuste per farle diventare vere. Nessuno possiede la parola magica: dobbiamo cercarla tutti insieme, in tutte le lingue, con modestia, con passione, con sincerità, con fantasia; dobbiamo aiutare i bambini a cercarla, lo possiamo anche fare scrivendo storie che li facciano ridere: non c’è niente al mondo di più bello della risata di un bambino.

            E se un giorno tutti i bambini del mondo potranno ridere insieme, tutti, nessuno escluso, sarà un gran giorno, ammettetelo.

            E grazie anche a voi per avermi ascoltato.

           

In questo testo breve, di straordinaria fattura, c’è tutto Gianni Rodari, poeta dell’educazione. E ci sono tutti i motivi che conferiscono alla scienza in tutta la sua variegata dimensione – di produttrice incessante di nuove immagini del mondo e di produttrice altrettanto incessante di nuova tecnologia – la centralità nell’opera di Rodari.

Cerchiamo di riassumerla così:

1. Gianni Rodari è uno scrittore che appartiene alla letteratura alta, meritevole di stare tra i grandi della letteratura italiana del XX secolo, anche se il suo nome non compare in alcune storie blasonate di questa letteratura.

2. Gianni Rodari appartiene a pieno titolo ai quei grandi poeti e scrittori, espressione della vocazione più profonda della letteratura italiana, che da Dante a Galileo, da Leopardi a Calvino, hanno cucito incessantemente le fila di quell’ordito che tiene insieme la letteratura, la filosofia e la scienza.

È con queste affermazioni che ci congediamo da voi, nella speranza che voi non vi congediate da Gianni Rodari.

Siamo arrivati al ventesimo e ultimo appuntamento con Gianni Rodari e la scienza. Tema, a nostro modestissimo avviso, decisivo per la produzione di questo straordinario scrittore nell’ultimo ventennio della sia vita

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