La filosofisica, un bene necessarioantonio.massariolo
Gio, 08/13/2020 – 11:05


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Pietro Greco

Étienne Klein l’ha ribattezzata philo-physique. E l’editore italiano ne ha preso spunto per dare il titolo al suo ultimo libro: filosofisica (Carocci, 2020, pag. 169, euro 14,00). Lui, l’autore, è un fisico e un filosofo che, come la dea Eris, getta sul tavolo il pomo della discordia con su scritto “alla più sapiente del reame”. Ma l’intenzione è affatto diversa da quella della dea arrabbiata per l’esclusione da un banchetto: Étienne Klein vuole dimostrare, al contrario, che filosofia e fisica (ma noi allargheremmo il discorso a tutta la scienza) possono (debbono necessariamente) dialogare e persino amarsi con reciproca soddisfazione.

Il tema non è nuovo. Potremmo citare Benedetto Croce, che non riconosceva alla scienza alcun valore culturale. Croce oltre che filosofo influente è stato anche un influente politico. La riforma della scuola del suo allievo, Giovanni Gentile, sarebbe informata dalle idee crociane. E questo, secondo alcuni – ma non, per quel che vale, secondo chi scrive – sarebbe la causa del fatto che il sistema Italia non ama la scienza e da molti decenni persegue in economia un “modello di sviluppo senza ricerca”. Causa, quest’ultima, del declino (relativo al resto d’Europa) che il paese attraversa da almeno quarant’anni e da cui non riesce a uscire.

Étienne Klein, sempre a mo’ di esempio, cita un altro grande filosofo, Ludwig Wittgenstein, il quale sosteneva che tra pensiero filosofico e pensiero scientifico non c’è e non può esserci continuità alcuna. I problemi filosofici non vengono risolti da alcuna nuova scoperta scientifica. Anzi scrive: «anche una volta che tutte le possibili domande scientifiche hanno avuto risposta, il nostro problema [il problema filosofico] non è ancora neppure toccato». 

A negare una sostanziale impossibilità di dialogo tra filosofia e scienza non ci sono solo molti filosofi, ma anche molti scienziati. Lo stesso Étienne Klein cita Steven Weinberg, teorico dell’interazione elettrodebole e premio Nobel della fisica, che a proposito di influenza della filosofia sulla sua materia parla della necessità di liberarsi di ogni «ciarpame metafisico».   

Ma noi potremmo citare anche il fisico teorico americano Alan David Sokal e la beffa che consumò nel 1996 ai danni dei cultori dei cultural studies, pubblicando un articolo senza significato ma ricco di parole roboanti, Transgressing the Boundaries: Toward a Transformative Hermeneutics of Quantum Gravity (La trasgressione dei confini: verso un’ermeneutica trasformativa della gravità quantistica) su una rivista di punta, Social Text. Ciò che voleva dimostrare è che in molti ambienti filosofici ciò che conta non sono i contenuti, ben compresi, ma solo la capacità di imporre vere e proprie Impostures Intellectuelles, come recita il libro pubblicato nel 1997 insieme a un altro fisico teorico, il francese Jean Bricmont.

Étienne Klein pensa esattamente il contrario. Non c’è possibilità che “i fisici che lavorano sull’orlo dell’inconoscibile” (per usare un’espressione di Primo Levi) possano eludere i temi filosofici. La storia della fisica di punta del Novecento – la relatività e la meccanica dei quanti – sono lì a dimostralo. I fisici del XX secolo ha riscritto concetti su cui i filosofi discutevano da millenni: come il tempo e lo spazio; la realtà e il determinismo. E, ci ricorda Étienne Klein, i fisici del CERN nel 2012, scoprendo il bosone di Higgs, hanno dimostrato che «la massa, contrariamente a ciò che viene insegnato da secoli, non è una proprietà fondamentale o primitiva delle particelle, ma un attributo secondario che queste acquisiscono in virtù della loro interazione con il vuoto che … non è vuoto».

Nel tentativo (riuscito) di proporre temi su cui la fisica sta interrogano la filosofia, Étienne Klein propone i nuovi sviluppi sui concetti di tempo, di vuoto appunto, di causa, di massa, di realtà e indivisibilità del mondo.

I problemi filosofici non verranno forse risolti da alcuna nuova scoperta scientifica, come sosteneva Wittgenstein, ma è certo che la fisica (la scienza) è in grado di porre vincoli stringenti e ineludibili alla filosofia. Il che costringe i fisici (gli scienziati) che intendono andare a fondo nei temi della loro disciplina a riflettere sui correlati filosofici delle loro scoperte. Talvolta questa costrizione ha un valore culturale dirompente, tant’è che lo storico della fisica Enrico Bellone considerava un fisico, Albert Einstein, il più grande filosofo del XX secolo.

Questa necessità di “studiare da filosofi” è stata molto avvertita da Einstein e da moltissimi altri fisici del XX secolo. Così scrive il filosofo tedesco nel 1936, mentre è impegnato nel dibattito accesissimo sui fondamenti della meccanica quantistica:

Spesso si è detto, e certamente non senza una giustificazione, che l’uomo di scienza è un filosofo mediocre. Non sarebbe allora meglio che i fisici lasciassero ai filosofi il filosofare? Questa invero potrebbe essere la cosa migliore in un’epoca in cui il fisico credesse di avere a propria disposizione un solido sistema di concetti e leggi basilari così ben fondate da essere inaccessibili al dubbio; ma non può essere la cosa migliore in un’epoca in cui, come in quella attuale, gli stessi fondamenti della fisica sono diventati problematici.

In un’epoca come la presente, in cui l’esperienza ci obbliga a cercare un nuovo più solido fondamento, il fisico non può semplicemente lasciare al filosofo la considerazione critica dei fondamenti teorici; è lui infatti che sa meglio e sente più nettamente dov’è che la scarpa fa male. Nel cercare un nuovo fondamento, egli deve sforzarsi di chiarire a sé stesso fino a che punto i concetti che egli usa sono fondati e costituiscono qualcosa di insostituibile.

 

Dunque i fisici che lavorano sull’orlo dell’inconoscibile sono come dei ciabattini del pensiero: non possono esimersi dal fare anche i filosofi perché loro sanno per primi dove la scarpa fa male.

Ma gli stessi fisici non possono esimersi dal prendere atto che molte delle motivazioni e degli obiettivi che si pongono mentre lavorano sull’orlo dell’inconoscibile sono motivazioni e obiettivi che si configurano, per usare ancora parole di Albert Einstein, come “pregiudizi metafisici”. Idee maturate o leggendo direttamente le opere dei grandi filosofi o assorbendo idee su cui grandi filosofi si sono intrattenuto. Einstein sosteneva di avere un debito di riconoscenza, come fisico, verso filosofi come Hume, Kant (che aveva letto fin da bambino), Schopenhauer e Mach (quest’ultimo era un fisico e un filosofo).

Lo storico Gerald Holton ha teorizzato l’enorme influenza dei themata, un centinaio di concetti che hanno attraversato tutta la storia della fisica così come della filosofia. Indirizzando – questo è il punto – tanto il lavoro dei fisici quanto quello dei filosofi. Sarebbe interessante che qualcuno studiasse i themata che hanno attraversato la storia della chimica, della biologia, delle scienze umane.

Dunque, la storia dimostra che ha ragione Klein: non c’è alternativa al dialogo tra fisica e filosofia. Dobbiamo, dunque, continuare nel tentativo non nuovo ma sempre attuale di sfatare un mito, il mito secondo cui la scienza non sarebbe cultura. Cultura vera. E la conoscenza scientifica non sarebbe vera conoscenza. Conoscenza profonda.

Questo mito si rinnova nel tempo e viene sbandierato ormai da troppe parti dimentiche che la “scoperta della ragione”, avvenuta tra la Ionia e la Magna Grecia, quasi tre millenni fa costituisce l’atto fondativo della cultura occidentale. Einstein diceva, che la fisica è figlia della filosofia (di quella filosofia).

SCIENZA E RICERCA


La scienza ha una dimensione culturale che va ben oltre il suo stretto ambito

Quello della scienza priva di conoscenza è un mito pericoloso. Ma è, soprattutto, un mito così infondato da apparire ridicolo.        

La scienza ha un valore culturale in sé. E ricordarlo è semplicemente richiamare l’ovvio. Ma la scienza ha anche una dimensione culturale che va ben oltre il suo stretto ambito. Le conoscenze prodotte dalla scienza da almeno un secolo a questa parte sono il motore principale di quell’innovazione tecnica attraverso cui l’uomo rielabora incessantemente il suo rapporto con l’universo che lo circonda.

Un antropologo direbbe che le conoscenze prodotte dalla scienza sono la cultura che sta rimodellando il mondo.

Ma la scienza è molto più della cultura del fare (che in ogni caso non è davvero poca cosa). Per restare questi ultimi quattro secoli e mezzo la scienza è stata la cultura che ha maggiormente informato di sé la percezione che noi abbiamo di noi stessi e dell’universo che ci circonda. Le conoscenze prodotte dalla scienza dal XVII secolo fino a oggi si sono rivelate il motore principale dell’innovazione di pensiero con cui l’uomo rielabora il suo rapporto con l’universo che lo circonda. In altri termini la scienza si è rivelata di gran lunga il fattore principale di sviluppo del pensiero filosofico.

Un filosofo direbbe che le conoscenze prodotte dalla scienza sono la cultura che sta rimodellando la visione del mondo. 

Scriviamo tutto questo, pensando di interpretare il pensiero di Étienne Klein, spero senza enfasi e comunque senza alcuna concezione allo scientismo. Se non altro perché; come abbiamo già ricordato, filosofia è il faro che guida ogni grande scienziato nella sua ricerca sull’orlo dell’inconoscibile.

Tuttavia è innegabile che la filosofia si alimenta e si rinnova (deve alimentarsi e deve rinnovarsi) della conoscenza scientifica. Da almeno quattro secoli e mezzo non è più possibile pensare a una filosofia che ignori e faccia a meno delle conoscenze scientifiche.

Naturalmente, gli scienziati che sanno di filosofia non hanno la minima pretesa di aver risolto, o affrontato in modo esauriente, anche solo alcuni dei grandi temi su cui da sempre riflette la filosofia. Questi temi restano ancora saldamente nel dominio dei filosofi. Tuttavia la riflessione filosofica non solo non può trascurare i risultati ottenuti dalla scienza, ma deve rispettare i vincoli, stringenti, che la conoscenza scientifica pone. All’interno di questi vincoli i filosofi possono muoversi liberamente. Ma non possono superarli senza pagare un prezzo salato. E il prezzo o è la perdita di rigore o è la perdita di aderenza con la realtà.

Ciò non significa che la filosofia sia subordinata alla scienza. I due grandi ambiti della conoscenza umana hanno una reciproca e profonda influenza. Se leggete il libro di Étienne Klein (come vi suggeriamo di fare) avrete una nuova e autorevole conferma che la conoscenza scientifica e la conoscenza filosofica si sostengono a vicenda. In assenza l’una dell’altra, entrambe cadono rovinosamente. Per un semplice motivo, ancora una volta bel delineato dal “filosofo” Einstein: senza la scienza, la filosofia sarebbe vuota, ma senza la filosofia, ove anche fosse possibile, la scienza sarebbe una ben arida attività.

Non c’è alternativa: filosofia e scienza sono indissolubilmente legate e sono parte di una dimensione ancora più ampia: la cultura umana, che ha molte facce ma un’intima unità.

Quello della scienza priva di conoscenza è un mito pericoloso. Ma è, soprattutto, un mito così infondato da apparire ridicolo

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