Le fiabe e la matematicaantonio.massariolo
Mar, 08/18/2020 – 10:21


Italian

Pietro Greco

Eccoci arrivati alla penultima puntata della nostra incursione (della nostra scorribanda) nel “pensiero scientifico applicato” di Gianni Rodari. Potremmo porci a questo punto una domanda: a che serve? A che serve che uno scrittore per l’infanzia (e non solo per l’infanzia) insuffli concetti scientifici nelle sue filastrocche, nelle sue canzoni? Nelle sue fiabe?

Potremmo rispondere semplicemente con una frase del nostro:

Le fiabe servono alla matematica come la matematica serve alle fiabe.

 

Gli scrittori di fiabe servono alla conoscenza della matematica come i matematici servono agli scrittori di fiabe.

Ma, ne siamo certi, se si limitassimo a questo andremmo incontro a una doppia alzata di spalle: degli scrittori di fiabe e dei matematici. Ma non delle fiabe e neppure della matematica.

Perché? Beh, lasciamo la parola a Gianni Rodari, questa volta non scrittore di fiabe e filastrocche e canzoni, ma critico della letteratura. Il lungo brano da una delle opere più profonde di questo grande intellettuale: la Grammatica della fantasia pubblicato nel 1973 e frutto, non a caso, di alcuni incontri – gli Incontri della fantastica – avuti da Rodari l’anno prima con un gruppo di insegnanti, bibliotecari e operatori culturali di Reggio Emilia. Città all’avanguardia nella sperimentazione educativa.

 

            Ma dobbiamo a Hegel l’impianto definitivo della distinzione tra «immaginazione» e «fantasia». Entrambe sono, per lui, determinazioni dell’intelligenza: ma l’intelligenza come immaginazione è semplicemente riproduttiva; come fantasia invece, è creatrice. Così nettamente separati e gerarchizzati, i due termini servirono egregiamente a sancire una tal quale differenza razziale, quasi fisiologica, tra il poeta (l’artista) capace di fantasia creatrice, e l’uomo comune, il vil meccanico, capace solo dell’immaginazione, che gli serve a scopi meramente pratici, quali raffigurarsi il letto, quando è stanco, e la tavola, quando ha fame. La fantasia in serie A, l’immaginazione in serie B…

            Accade ai filosofi di teorizzare il fatto compiuto. E in questo caso il fatto compiuto è quello che individuano Marx ed Engels nella “Ideologia tedesca” (pag. 344 dell’edizione italiana): «La concentrazione esclusiva del talento artistico in alcuni individui e il suo soffocamento nella grande massa che ad esso è connesso sono conseguenza della divisione del lavoro…»

            Eccola, la colonna della società. E ad essa la teorizzazione di una differenza qualitativa tra l’uomo comune e l’artista (borghese) sta a pennello.

            Oggi, né la filosofia né la psicologia riescono a vedere differenze radicali tra immaginazione e fantasia. Usare i due termini come sinonimi non è più un peccato mortale. E di ciò siano rese grazie, tra gli altri, ad Edmund Husserl, fenomenologo, e anche a Jean Paul Sartre (del quale il saggio “L’immaginazione” si può leggere anche in italiano in edizione Bompiani, e vi si trova a pag. 104 questa bella frase, che non faccio fatica a ricopiare: «L’immagine è un atto, non una cosa»).

            Semmai la distinzione potrà riguardare (ne parla Elémire Zolla, nella sua “Storia del fantasticare”) la «fantasia» e la «fantasticheria»: la prima, che costruisce con il reale e sul reale; la seconda, che dal reale evade a gambe levate. Però: 1) lo Zolla attribuisce alla «fantasticheria» anziché alla «fantasia» gran parte dell’arte moderna e contemporanea, ed è perciò da prendere a piccole dosi; 2) nella loro “Esperienza prelogica” (Boringhieri, Torino 1971) Edward Tauber e Maurice R. Green dimostrano che nemmeno la fantasticheria è tutta roba da buttare al gatto, in quanto essa fa appello alle fonti di solito più inaccessibili dell’esperienza interiore: una raffinatissima spia, che può essere utile.

            Un buon manuale di psicologia (io uso il “Sommario” di Gardner Murphy, Boringhieri, Torino 1957, e me ne trovo bene) può dare, oggi come oggi, più informazioni sull’immaginazione di quante ne abbia date l’intera storia della filosofia fino a Benedetto Croce: dopo, ci sono stati anche Bertrand Russell (“L’analisi della mente”) e John Dewey (“Come pensiamo”, La Nuova Italia, Firenze 1969). Da saccheggiare con profitto “La psicologia dell’arte” del Vygotski (Editori Riuniti, Roma 1973) e “Verso una psicologia dell’arte” di Rudolf Arnheim (Einaudi, Torino 1969). Ma naturalmente, per affrontare da vicino il mondo infantile, uno si va a leggere almeno il Piaget, il Wallon e il Brunner: di questi tre, tutto quello che capita, non c’è pericolo di sbagliare. E se si staccano troppo da terra, si fa la controprova con Celestin Freinet…

            A poco, purtroppo, serve la lettura del dialogo “Della invenzione”, di Alessandro Manzoni. Il titolo promette bene, ma dentro è tutta una cosa alla Rosmini, dove non si trova un periodo da tenere a mente.

            Un libretto tutto d’oro e d’argento, invece, è “Immaginazione e creatività nell’età infantile”, di L. S. Vygotski k Editori Riuniti, Roma 1972) che ai miei occhi, per quanto vecchiotto, ha due grandi pregi: “primo”, descrive con chiarezza e semplicità l’immaginazione come modo di operare della mente umana; “secondo”, riconosce a tutti gli uomini – e non a pochi privilegiati (gli artisti) o a pochi selezionati (a mezzo test, dietro finanziamento di qualche Foundation) – una comune attitudine alla creatività, rispetto alla quale le differenze si rivelano per lo più un prodotto di fattori sociali e culturali.    La funzione creatrice dell’immaginazione appartiene all’uomo comune, allo scienziato, al tecnico; è essenziale alle scoperte scientifiche come alla nascita dell’opera d’arte; è addirittura condizione necessaria della vita quotidiana…

            Germi di immaginazione creativa, incalza il Vygotski, si manifestano nei giochi degli animali: tanto più essi si manifestano nella vita infantile. Il gioco non è un semplice ricordo di impressioni vissute, ma una rielaborazione creatrice di quelle, un processo attraverso il quale il bambino combina tra loro i dati dell’esperienza per costruire una nuova realtà, rispondente alle sue curiosità e ai suoi bisogni. Ma appunto perché l’immaginazione costruisce solo con materiali presi dalla realtà (e perciò nell’adulto può costruire più in grande) bisogna che il bambino, per nutrire la sua immaginazione e applicarla a compiti adeguati, che ne rafforzino le strutture e ne allarghino gli orizzonti, possa crescere in un ambiente ricco di impulsi e di stimoli, in ogni direzione.

            La presente «grammatica della fantasia» – questo mi sembra il luogo per chiarirlo definitivamente – non è né una teoria dell’immaginazione infantile (ci vorrebbe altro…) né una raccolta di ricette, un Artusi delle storie, ma, ritengo, una proposta da mettere accanto a tutte le altre che tendono ad arricchire di stimoli l’ambiente (casa o scuola, non importa) in cui il bambino cresce. La mente è una sola. La sua creatività va coltivata in tutte le direzioni. Le fiabe (ascoltate o inventate) non sono «tutto» quel che serve al bambino. Il libero uso di tutte le possibilità della lingua non rappresenta che una delle direzioni in cui egli può espandersi. Ma «tout se tient», come dicono i francesi. L’immaginazione del bambino, stimolata a inventare parole, applicherà i suoi strumenti su tutti i tratti dell’esperienza che sfideranno il suo intervento creativo. Le fiabe servono alla matematica come la matematica serve alle fiabe. Servono alla poesia, alla musica, all’utopia, all’impegno politico: insomma, all’uomo intero, e non solo al fantasficatore. Servono proprio perché, in apparenza, non servono a niente: come la poesia e la musica, come il teatro o lo sport (se non diventano un affare).

            Servono all’uomo completo. Se una società basata sul mito della produttività (e sulla realtà del profitto) ha bisogno di uomini a metà – fedeli esecutori, diligenti riproduttori, docili strumenti senza volontà – vuol dire che è fatta male e che bisogna cambiarla. Per cambiarla, occorrono uomini creativi, che sappiano usare la loro immaginazione.


Alcuni anni fa Nuccio Ordine ha scritto un libro tanto profondo quanto delizioso su L’utilità dell’inutile. Non ce ne voglia il professore di letteratura calabrese, ma è stato preceduto da Gianni Rodari. Non vi sembra questo brano un omaggio – potremmo dire un cantico – all’estrema utilità dell’apparente inutile?

Non vi sembra un manifesto programmatico più che mai attuale per elaborare una nuova grammatica della fantasia. E ricordiamocelo: Le fiabe servono alla matematica come la matematica serve alle fiabe. Ma anche alla poesia, alla musica, all’utopia, all’impegno politico: insomma, all’uomo intero, e non solo al fantasficatore.

 

CULTURA

Eccoci arrivati alla penultima puntata della nostra incursione (della nostra scorribanda) nel “pensiero scientifico applicato” di Gianni Rodari

hp
1

Comments

comments