Etiopia: un paese sull’orlo di una guerra civilefrancesca.bastianon
Lun, 07/13/2020 – 11:59


Italian

Andrea Gaiardoni

Due immagini opposte arrivano dall’Etiopia, talmente divergenti e contrastanti che viene da chiedersi dove sia il vero e dove il falso, o come sia stato possibile un cambiamento così drastico e drammatico in un arco di tempo così breve. La prima cartolina è datata novembre 2019: il primo ministro etiope, Abiy Ahmed, viene insignito del premio Nobel per la pace. E non soltanto per aver portato un contributo decisivo alla risoluzione del conflitto con la confinante Eritrea, ma per aver avviato nel paese importanti riforme e per aver tentato di promuovere la giustizia sociale e la riconciliazione tra etnie. Sorrisi, flash e strette di mano (allora si poteva), a suggellare quella promessa, quell’esempio, quella speranza per il futuro: «Sono onorato e felice di aver ricevuto il Nobel. Questo è un premio assegnato all’Africa». Appena otto mesi dopo quell’immagine è svanita, stracciata: oggi l’Etiopia è sull’orlo di una guerra civile, spazzata da violenze tra etnie opposte, omicidi eccellenti, saccheggi e devastazioni, oppositori in carcere e polizia che spara ad alzo zero sui dimostranti, per uccidere. Le autorità hanno spento il segnale internet, per non dar modo ai dissidenti di organizzarsi. Così le notizie filtrano a fatica. Tutto questo mentre dilaga il coronavirus (ufficialmente quasi 8mila contagi con 127 morti, ma i casi sono di certo molti di più), con un sistema sanitario prossimo al collasso e un’economia estremamente fragile, nonostante qualche buon segnale di ripresa, ma assai provata dalle misure restrittive imposte proprio per contenere la pandemia.

SOCIETÀ

L’omicidio della pop star

Il detonatore che ha fatto esplodere il caos ad Addis Abeba, e che da lì si è propagato alle varie regioni del paese, ciascuna con le proprie peculiarità sociali, etniche e politiche, risale al 29 giugno scorso. Circa le 9 di sera: un’auto, in un quartiere periferico della capitale, viene accerchiata da un gruppo armato che apre il fuoco. Due vittime, una è famosa: è il cantante Hachalu Hundessa, 34 anni, attivista politico appartenente all’etnia Oromo, maggioritaria nel paese (circa il 34%), ma storicamente emarginata dai centri di potere, almeno fino all’insediamento di Abiy Ahmed, primo leader oromo alla guida del paese (l’Etiopia è stata storicamente guidata da esponenti ahmara o tigrini). Una pop star amata e seguita da milioni di etiopi, capace di dar voce, nei testi delle sue ballate, alle istanze della sua gente. Uno shock per il paese: è si è scatenato il caos. Le proteste sono continuate altrove, imponenti, violente. Alle quali la polizia federale ha risposto con violenza ancor più marcate. Il bilancio, per quanto le cifre possano essere attendibili, sarebbe di 239 morti e un imprecisato numero di feriti, comunque migliaia. «L’omicidio di Hachalu Hundessa è un atto malvagio», ha dichiarato il premier. «Ma non possiamo tollerare le violenze che ne sono scaturite, volte soltanto a destabilizzare il paese. Dobbiamo dimostrare che nessuno può essere al disopra della legge, che nessuno per esprimere il suo malcontento può utilizzare mezzi che non siano pacifici e democratici. Dobbiamo dimostrare che chi vuole la guerra scatenando la violenza urbana non ha alcuna possibilità di vittoria».

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

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Elezioni rinviate e polemiche

Torneremo più avanti sulle conseguenze dell’omicidio della pop star. Ma per tentare di comprendere cosa sta accadendo in Etiopia bisogna riavvolgere il nastro ancora di qualche giorno e tornare all’inizio di giugno, quando il governo ha deciso di rinviare al 2021 le elezioni politiche previste il prossimo agosto, ufficialmente a causa del coronavirus. Decisione accolta come una sorta di tradimento dalle opposizioni (a partire dal Fronte di liberazione popolare del Tigray, ma anche tra gli stessi nazionalisti Oromo) che hanno apertamente accusato il premier di aver preso a pretesto la pandemia per restare al potere. Oltre a proporre, non ascoltati, la formazione di un governo di transizione. Per lanciare infine una sorta di confine e di ultimatum al “Partito della Prosperità” (a cui il premier appartiene): «Il governo perderà la sua legittimità se tenterà di prolungare la sua permanenza al potere oltre le prime settimane di ottobre». Kereya Ibrahim, portavoce della camera alta del parlamento etiopico, si è dimessa l’8 giugno scorso, imputando al governo federale di aver violato la costituzione per estendere illegalmente il proprio mandato. Perché il capolinea per il governo (10 ottobre 2020) era stato stabilito fin dall’aprile 2018, quando Abiy Ahmed prese il posto del dimissionario Hailé Mariàm Desalegn, che abbandonò la carica all’esplodere dell’ennesima battaglia interetnica. La nomina a furor di popolo dell’attuale premier (l’Etiopia è l’unico Stato africano a democrazia parlamentare) a questo sarebbe dovuta servire: a calmare le acque. A dare agli Oromo quel peso politico che rivendicavano, in quanto maggioranza, da decenni. A placare la sete di rivalsa e di vendetta tra etnie.  

Una tregua che all’inizio aveva funzionato: Abiy ha tolto i partiti di opposizione dall’elenco dei gruppi terroristici, ha disposto la scarcerazione dei prigionieri politici, dei giornalisti, di tutte le voci dissonanti che negli anni, com’è consuetudine nei regimi totalitari, finiscono silenziati dietro le sbarre. Ha privatizzato molte imprese statali e lanciato una battaglia contro la corruzione. Il trattato di pace con l’Eritrea, firmato il 9 luglio 2018, fu accolto con grande favore a livello internazionale (da qui il Nobel), molto meno in patria, perché alla fine Abiy ha ceduto sul controllo di un piccolo villaggio conteso che fu causa della guerra scoppiata nel 1998 e che una commissione indipendente aveva assegnato all’Eritrea. «Perché devo combattere per il controllo di una sperduta pietraia in mezzo al nulla»? 

I dissidenti fomentano l’odio nazionalista

Accettando il dissenso, Aiby Ahmed ha fatto un deciso passo verso la democrazia. Ma da qui a convincere un popolo ce ne passa. Soprattutto se quegli stessi dissidenti hanno continuato a fomentare con odio e rancore le storiche divisioni. Così con il passare dei mesi, passata l’euforia per l’ondata di riforme e l’attenzione internazionale, lo scontro interetnico è ripreso con la stessa intensità di prima, soprattutto tra Oromo, Tigray e Amhara (i gruppi più rappresentativi, ma in realtà ce ne sono circa 80). La costituzione del paese divide l’Etiopia in territori etnici, ciascuno con le proprie tradizioni e la propria lingua, e molte controversie sui confini non sono mai state risolte. Ecco dunque il riaccendersi delle dispute sui confini contesi, i nazionalismi esasperati, gli agguati, le vendette. In un report pubblicato alla fine di maggio scorso (dunque ben prima dell’omicidio di Hacalu Hundessa) Amnesty International ha accusato il governo etiope di non aver fatto abbastanza per impedire le violenze contro le minoranze, che hanno causato centinaia di morti, soprattutto nelle regioni Amhara e Oromia. Nel report si citano testimonianze secondo le quali le stesse forze di polizia regionali avrebbero partecipato agli scontri al fianco del proprio gruppo etnico. Una delle situazioni più critiche riguarda la regione Ahmara, dove la minoranza Qimant (che aspira all’autonomia) è vittima di raid punitivi: i morti si contano a centinaia.

Tensioni con l’Egitto per la Grande Diga

E non è questa l’unica preoccupazione del premier che avrebbe dovuto portare pace e prosperità all’Etiopia. C’è anche la questione GRED (Grand Ethiopian Renaissance Dam) la gigantesca centrale idroelettrica (la più grande del continente africano, la settima più grande del mondo) che consentirebbe all’Etiopia di raggiungere non soltanto l’autosufficienza energetica, ma di diventare principale fornitore . Un’opera che il governo etiope considera d’importanza vitale, e sul quale la Cina ha investito finora 1,8 miliardi di dollari.  Ma c’è un problema: l’opera sorge sul Nilo Azzurro (uno dei due rami, l’altro è il Nilo Bianco, del secondo fiume più lungo del mondo). E l’Egitto si oppone con fermezza all’esecuzione dell’opera, poiché ritiene che il riempimento della diga depotenzierebbe la portanza dell’affluente verso il tronco principale del fiume. Il timore è che possa provocare lunghi periodi di siccità. E buona parte dei 100 milioni di egiziani vive lungo le rive del Nilo: il fiume è vitale per la loro sopravvivenza. Il ministro degli Esteri etiope, Gedu Andargachew ha condannato le “esagerazioni” dell’Egitto e anche del Sudan. L’accordo tra i paesi non c’è. L’Etiopia ha detto che entro fine luglio avvierà le operazioni di riempimento della diga, ma in realtà avrebbe già avviato l’operazione, stando a quanto riporta il quotidiano Egypt Independent. L’Egitto ha replicato appellandosi al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite per risolvere la situazione di stallo “per preservare la pace e la stabilità internazionali”. Il Consiglio di sicurezza ha invitato i tre paesi a evitare qualsiasi azione unilaterale. «La palla è ora nel campo dell’Etiopia», scrive l’editorialista Linda S. Heard su Gulf News. «L’Egitto ha dimostrato pazienza e flessibilità. È ora il tempo che Ahmad faccia lo stesso». La situazione è grave perché l’argomento è vitale per tutti i paesi coinvolti. Come gravi saranno le conseguenze, se si interrompe il processo di mediazione.


L’Egitto ha dimostrato pazienza e flessibilità. È ora il tempo che Ahmad faccia lo stesso

Linda S. Heard, editorialista del “Gulf News”

Due arresti per l’omicidio di Hachalu Hundessa

Questo il quadro, complesso e sfaccettato, nel quale s’inserisce l’omicidio del cantante Hachalu Hundessa. Due uomini sono stati arrestati, entrambi esponenti dell’ala più estremista dell’Oromo Liberation Front. Oltre a confessare l’omicidio, avrebbero indicato il nome di un terzo complice al momento latitante.  Movente? Destabilizzare il paese, estremizzare le posizioni dei partiti nazionalisti e ribaltare la leadership di Abiy. E’ un’ipotesi, anche se al momento appare fragile: oromo la vittima, come il premier, come gli assassini. A chi giova questo delitto?  In molti sussurrano che dietro il delitto eccellente possa esserci invece l’imprinting dei servizi segreti egiziani, che avrebbero tutto l’interesse di mettere in difficoltà il premier etiope per costringerlo a posizioni meno intransigenti sulla questione della diga. Di fatto il paese è sprofondato nel caos, con gli etiopi che portano in piazza la loro rabbia, le loro vendette, con i raid di bande di opposte etnie, saccheggi nei negozi non solo della capitale, devastazioni. Aiby Ahmed non ha più il controllo della situazione e viene accusato di essere un dittatore. E la violenza chiama violenza, con la polizia federale che spara sui manifestanti per uccidere (e ci riesce benissimo: 239 vittime solo nell’ultima settimana e migliaia di feriti, per quanto questi numeri, inverificabili, possano avere un senso). Il funerale di Hundessa è stato trasmesso in diretta dal canale tv “Oromia media network”, del magnate Jawar Mohammed, anche lui di etnia oromo, ma nazionalista convinto e ormai acerrimo nemico del premier in carica, con milioni di follower sui social. Il suo slogan politico è: “I am Oromo first”, prima Oromo, poi etiope. Slogan che oramai viene preso in prestito anche da altre etnie. Durante le esequie i suoi accoliti hanno addirittura tentato di impossessarsi del feretro (portato in elicottero nello stadio di Ambo, suo paesino natale, a un centinaio di chilometri dalla capitale) per seppellirlo ad Addis Abeba, contro la volontà dei familiari del cantante. Nei tumulti che sono seguiti un agente di polizia è stato ucciso, decine i feriti, centinaia di arresti, tra i quali lo stesso Jawar Mohammed, che pretendeva a gran voce funerali di stato “per il nostro eroe”, e alcune sue guardie del corpo. La polizia ha fatto poi irruzione all’interno della sede della tv locale. Durante la perquisizione sono stati arrestati anche alcuni dipendenti.

Accuse al governo

Laetitia Bader, che dirige la sezione del Corno d’Africa per Human Right Watch, scrive: «La sospensione di Internet da parte delle autorità, l’apparente uso eccessivo della forza e l’arresto di oppositori politici potrebbero peggiorare ulteriormente la situazione. Il governo dovrebbe prendere le misure necessarie per invertire queste azioni, altrimenti rischierà di scivolare ancor più nella crisi». Media locali hanno anche dato la notizia dell’arresto di Eskinder Nega, giornalista e fondatore del partito di opposizione Balderas. Le notizie si accavallano, si rincorrono, voci impossibili da verificare. Il presidente dell’Oromo Liberation Front, Dawud Ibsa, ha dichiarato che cinque alti funzionari del partito sono stati arrestati. Mentre il primo Ministro continua a difendere pubblicamente l’operato della Polizia federale, nonostante le innumerevoli segnalazioni di soprusi e violenze: «Stanno dimostrando un alto senso del dovere nell’assicurare la pace e la sicurezza nel Paese». Come gettare benzina sul fuoco.

Il livore dei nazionalisti che fomentano la rivolta e lo scontro tra etnie sta dunque avendo la meglio sul processo di democratizzazione dell’Etiopia. Il premier Abiy è sotto scacco, i suoi detrattori lo accusano di far ricorso a tutti quegli strumenti (violenze, arresti, sordina alle opposizioni) che aveva platealmente condannato al momento della sua elezione. Sembrano lontanissimi i suoi annunci improntati alla tolleranza, alla giustizia sociale, all’impegno ambientale. Era dell’anno scorso l’annuncio del programma quadriennale “Green Legacy” in base al quale, entro il 2023, l’Etiopia avrebbe piantato 20 miliardi di alberi (5 miliardi ogni anno) per contrastare i cambiamenti climatici. «La nostra eredità verde è fondamentale per le aspirazioni dell’Etiopia di costruire un’economia sostenibile e resistente al clima», spiegava. Oggi invece restano le parole pronunciate da Abiy Ahmed al funerale di Hundessa, che suonano come un epitaffio non soltanto per il cantante: «Ad aver pianificato il crimine sono gli stessi che non sono contenti dell’attuale cambiamento. Il loro obiettivo è di uccidere l’Etiopia, uccidendo Hachalu. E sobillare gli animi, far combattere le persone tra di loro».

Solo otto mesi intercorrono tra la consegna del premio Nobel per la pace al primo ministro etiope Abiy Ahmed e le violente proteste di oggi. Scontri tra etnie opposte, omicidi, saccheggi, tensioni con l’Egitto per la Grande Diga sul Nilo e l’emergenza per il coronavirus sono solo alcuni degli eventi che stanno mettendo in ginocchio l’Etiopia

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Simon Dawson via Retuers
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