Le emissioni di metano in atmosfera: chi le produce e come ridurlefrancesco.suman
Gio, 05/13/2021 – 16:01


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Francesco Suman

Quando si parla di emissioni di gas a effetto serra responsabili del riscaldamento globale e del cambiamento climatico il pensiero va subito alla CO2. Esistono però gas che hanno un impatto sul riscaldamento globale di molto maggiore rispetto a quello dell’anidride carbonica: il metano ad esempio ha un potenziale climalterante tra le 20 e le 30 volte superiore a quello dell’anidride carbonica.

I gas a effetto serra riscaldano il pianeta agendo come una coperta che trattiene il calore. Sono stati e sono fondamentali per consentire la vita sulla Terra, ma alterare la delicata composizione dell’atmosfera terrestre, aumentando ad esempio la concentrazione di alcuni di questi gas, rischia di rompere lo straordinario equilibrio che regge gli ecosistemi.

Si stima che dall’era pre-industriale il metano abbia da solo contribuito al 30% di tutto il riscaldamento globale (in questo è secondo solo alla CO2) e che la sua concentrazione in atmosfera da allora sia più che raddoppiata. Oggi sta aumentando ancora più rapidamente di quanto non abbia fatto finora e ha raggiunto livelli record di quasi 1,9 parti per milione. Per raffronto, la CO2 è da qualche anno stabilmente sopra le 400 parti per milione, ma ricordiamo che il metano incide molto di più sull’effetto serra.

Per via delle restrizioni della pandemia le emissioni annuali di metano sono calate nel 2020 rispetto all’anno precedente, ma complessivamente, in uno scenario business as usual in cui nulla cambia, sono destinate ad aumentare fino al 2040. È pertanto necessario intervenire con politiche decise.

SCIENZA E RICERCA

Fortunatamente, a differenza della CO2 che persiste in atmosfera centinaia di anni, il metano è ritenuto un inquinante climatico di breve durata (SLCP – short-lived climate pollutant), perché la sua vita in atmosfera è relativamente corta: si degrada in circa 10 anni.

Se quindi il suo effetto climalterante è elevato e rapido, la buona notizia è che se si tagliano le emissioni di metano si può osservare una altrettanto rapida diminuzione del tasso di riscaldamento globale.

Il 6 maggio l’Unep, il Programma ambientale delle Nazioni Unite, ha pubblicato un rapporto che opera una valutazione sull’impatto delle emissioni di metano, indicando quanto sia urgente ridurle e qual è la strada da seguire.

“Tagliare le emissioni di metano è la leva più forte che abbiamo per rallentare il cambiamento climatico nei prossimi 25 anni ed è un’azione complementare agli sforzi necessari a ridurre le emissioni di anidride carbonica” ha dichiarato la direttrice esecutiva dell’Unep Inger Andersen.

Ad oggi rilasciamo ogni anno in atmosfera circa 380 milioni di tonnellate di metano, proveniente prevalentemente dall’industria dei combustibili fossili, dalle discariche di rifiuti e dal settore agricolo.

Il rapporto, redatto assieme alla Climate and Clean Air Coalition, mostra che è possibile ridurre le emissioni antropiche di metano del 45% entro il 2030, risparmiando quindi circa 180 milioni di tonnellate di metano all’anno. Una riduzione di tale portata risparmierebbe un aumento della temperatura globale di 0,3°C al 2045, ed è ritenuta una condizione indispensabile per rispettare gli accordi di Parigi del 2015 che mirano a limitare il riscaldamento globale a 2°C, possibilmente 1,5°C.

In termini di costi sanitari e sociali, equivarrebbe a prevenire nel mondo 260.000 morti premature, 775.000 visite in ospedale per asma, 73 miliardi di ore di lavoro risparmiate da ondate di calore estremo, salvare 25 milioni di tonnellate di coltivazioni altrimenti andate perdute ogni anno.

Il rapporto mostra che le emissioni antropiche di metano provengono principalmente da tre settori. Le aziende dei combustibili fossili sono responsabili del 35%, ripartito tra estrazione e distribuzione di gas e petrolio (23%) e miniere a carbone (12%). Le discariche rappresentano il 20% della torta, mentre l’agricoltura il 40%, con l’allevamento di bestiame (soprattutto bovini) che vale il 32% e la coltivazione del riso l’8%.

Le emissioni di metano di cui sono responsabili le aziende dei combustibili fossili sono di gran lunga quelle più facilmente evitabili: un concetto ribadito anche da un altro rapporto, quello di gennaio 2021 della IEA (International energy agency), che si è concentrato sulle emissioni di metano dell’industria energetica.

La stragrande maggioranza, il 60%, delle emissioni di metano delle aziende degli idrocarburi deriva da perdite di gas non combusto dalle condutture che lo trasportano: i cosiddetti leaks.

“Stimiamo che le operazioni connesse a petrolio e gas nel mondo abbiano messo in atmosfera nel 2020 più di 70 milioni di tonnellate di metano (delle circa 380 globali annue, ndr)” si legge sul rapporto IEA. “Assumendo che una tonnellata di metano corrisponda a 30 tonnellate di CO2, queste emissioni di metano sono comparabili alle emissioni di CO2 di tutto il settore energetico dell’Unione Europea”.

I dati del rapporto della IEA sono stati ottenuti, per la prima volta, grazie a un monitoraggio satellitare, realizzato da Kayrros, delle perdite di metano dalle condutture degli impianti di trasporto del gas delle aziende di tutto il mondo.

Ridurre le perdite di metano dalle tubazioni è la misura più urgente da realizzare anche perché può essere messa in pratica subito. I mezzi tecnologici per operare sono già disponibili a tutte le compagnie del settore energetico: in altri termini, non servono grandi invenzioni. In più la stra grande maggioranza degli interventi non solo può essere realizzata a costo zero, ma addirittura porterebbe un guadagno economico alle compagnie che non vedrebbero più parte della propria merce letteralmente volatilizzata.

Perché allora, viene da chiedersi, le aziende non hanno già agito per mettere in sicurezza le proprie condutture che perdono gas? Il rapporto IEA riporta che “le industrie del petrolio e del gas stanno facendo i conti con vincoli patrimoniali e prezzi del gas più bassi possono rendere l’abbattimento delle emissioni meno prioritario. L’azione regolatrice per ridurre le emissioni di metano per tanto è ora più importante di quanto non sia mai stata prima”.

Le emissioni dell’industria sono le più urgenti e le più facili da ridurre, ma naturalmente anche le discariche di rifiuti e il settore agricolo contribuiscono al rilascio di metano.

Il rapporto Unep riporta che le misure esistenti, che consistono nel migliorare il trattamento dei rifiuti solidi, possono ridurre le emissioni di metano provenienti dalle discariche di circa il 35%, corrispondente a 35 milioni di tonnellate all’anno entro il 2030. Anche qui, almeno il 60% degli interventi sarebbe a costo zero o addirittura negativo: creerebbe cioè un vantaggio economico.

Per quanto riguarda l’agricoltura, si potrebbero già ridurre le emissioni di quasi il 25%. Dalla coltivazione del riso di potrebbero risparmiare 9 milioni di tonnellate di metano all’anno. Più complessa e incerta sarebbe la situazione degli allevamenti di bestiame, dacché le riduzioni possibili vengono quantificate con un ampio intervallo che va dalle 4 alle 40 tonnellate di metano annue.

Oltre a questi interventi settoriali, alla riduzione delle emissioni di metano contribuiranno anche altre misure come la transizione a fonti di energia rinnovabile e l’efficientamento energetico che dovrebbero progressivamente ridurre la domanda e i consumi di gas metano.

Un ulteriore strumento indicato dal rapporto è quello di far pagare per le emissioni prodotte: “una graduale tassa globale sulle emissioni di metano che inizi da 800 dollari per tonnellata potrebbe, ad esempio, ridurre le emissioni di metano fino al 75% entro il 2050”.

In assenza di politiche decise, le emissioni annuali di metano sono complessivamente destinate ad aumentare. Le concentrazioni in atmosfera attuali non sono compatibili con uno scenario che resti al di sotto dei 2°C di aumento delle temperature globali e l’obiettivo di limitare l’aumento a 1,5°C è ritenuto irrealizzabile se non si riducono le emissioni di metano almeno del 45% entro il 2030.

Il rapporto Unep mostra che è possibile ridurre le emissioni antropiche di metano del 45% entro il 2030, risparmiando un aumento di temperatura globale di 0,3°C: una misura imprescindibile per rispettare gli accordi di Parigi. Buona parte delle emissioni provengono dalle perdite delle condutture degli impianti delle grandi aziende di gas e petrolio
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