I diritti umani di bambine e ragazze schiacciati dalle conseguenze della pandemiafederica.dauria
Mer, 10/21/2020 – 08:58


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Federica DʹAuria

Il 2020 doveva essere un’opportunità irripetibile per donne e ragazze. L’anno in cui governi, imprese, organizzazioni e individui che credono nella parità di trattamento per tutte le persone avrebbero sviluppato un piano quinquennale su come lavorare insieme per accelerare il progresso verso l’uguaglianza di genere, per celebrare il 25° anniversario della Dichiarazione di Pechino e della Piattaforma d’azione. Poi il COVID-19 ha colpito. Ora, il 2020 rischia di essere un anno di battute d’arresto irreversibili e di progressi persi per le ragazze. A meno che il mondo non agisca in modo rapido e deciso, l’impatto sul futuro delle ragazze – e su quello di tutti noi – sarà devastante”.

Così riporta il Global girlhood report 2020 di Save The Children, che fa il punto sulle condizioni di vita delle bambine e delle ragazze dei paesi del Sud del mondo evidenziando come le conseguenze della pandemia costituiscano una nuova minaccia al raggiungimento dell’uguaglianza di genere in molti paesi.
Dal 1995 – anno in cui è stata pubblicata la Dichiarazione di Pechino – ad oggi, sono stati compiuti diversi passi avanti per cercare di colmare il divario di genere nell’accesso alle cure, all’istruzione e per impedire i matrimoni precoci. Il lavoro minorile femminile è notevolmente diminuito, 78,6 milioni di matrimoni infantili sono stati impediti e, in generale, le ragazze nate oggi hanno il doppio delle probabilità di superare i 5 anni d’età rispetto a quelle nate 25 anni fa.

Gli effetti del Covid, però, rischiano di annullare i progressi raggiunti fino ad ora. Ben 130 milioni di persone in più potrebbero rimanere senza cibo a causa dell’aumento di povertà e da 1,8 a 2,5 milioni di ragazze in più potrebbero essere a rischio di matrimonio precoce nei prossimi cinque anni, a causa dell’impatto economico della pandemia.

SOCIETÀ

Ne abbiamo discusso con la professoressa Paola Degani, del Centro di Ateneo per i diritti umani “Antonio Papisca” dell’università di Padova.

“Tutti questi fenomeni hanno a che fare con la discriminazione contro le donne, che è il prodotto di una differenza di potere che deriva dalla capacità degli uomini di possedere un livello di risorse mediamente superiore a quello che detengono le donne”, premette la professoressa Degani.
“Le relazioni in cui noi ci troviamo quotidianamente hanno infatti sempre una matrice legata a un potere reale o percepito. Questa differenza in termini di relazione di potere si traduce nell’utilizzo di maggiori risorse della parte più forte nei confronti di quella più debole, e vale per i rapporti di tipo fisico come per quelli di tipo economico e sociale.
Le donne, storicamente e attualmente, godono in quasi tutte le società di una quantità di risorse inferiore a quelle degli uomini. Perché, anche qualora ne abbiano altre o aggiuntive, non detengono quelle che valgono e che fanno la differenza per l’esercizio del potere nella società.

Il matrimonio tra persone di minore età è un istituto che rientra in una serie di pratiche che vengono lette come consuetudinarie e tradizionali, ma che costituiscono un tassello nella costruzione sociale di quei rapporti funzionali a questa logica di potere, e che hanno il loro fondamento nel dato economico.
Il matrimonio, non dobbiamo dimenticarlo, è un istituto fondamentale dal punto di vista della qualificazione del “prezzo” di uno dei due sposi in tutte le società. La sposa, in molti casi, rappresenta per lo sposo un mezzo per garantirsi la riproduzione e la cura dei genitori quando saranno anziani.
Si tratta quindi di usanze che hanno sempre una radice coerente con gli assetti sociali di riferimento, anche se in molte società, negli ultimi tempi, è emerso un conflitto tra queste pratiche e altri stili di vita provenienti dal mondo contemporaneo occidentale. In questo senso, ci può essere anche una grande differenza tra contesti urbani o metropolitani e aree agricole, specialmente nel Sud del mondo, dove nelle zone rurali sono ancora radicate queste tradizioni”.

“È chiaro che il Covid, quindi, sta riproponendo drammaticamente una risposta, sia individuale che collettiva, in cui le donne sono chiamate a ritagliarsi una grande porzione del loro tempo individuale per la cura dei figli e degli anziani”, continua la professoressa Degani. “In generale, queste misure di lockdown stanno incidendo tantissimo sulla libertà individuale di muoversi, di godere dei propri diritti civili, e anche di stare in un mercato globale che è sempre più contratto.
Ritrarsi nel contesto domestico è un obbligo per tutti, data l’emergenza. Da un punto di vista sociale, siamo chiamati, per la sicurezza di ognuno, a prendere precauzioni che ci devono accompagnare nella condotta quotidiana, ma che implicano anche rinunciare ad agire nella scena pubblica. Si sta verificando una contrazione verso il privato che tende in qualche modo a riproporre, valorizzare e falsamente enfatizzare quelle relazioni e dinamiche familiari dalle quali le donne ci hanno messo decenni a liberarsi.

L’isolamento sociale, quindi, in molti casi causa l’instaurarsi anche di aspettative, condotte, stili di vita e atteggiamenti materiali e psicologici che rappresentano un dramma per le donne e anche per le nuove generazioni, perché l’arricchimento di cui possono beneficiare i giovani dal punto di vista degli input e degli stimoli deriva in gran parte dal fatto che anche le loro madri hanno un impegno nella dimensione del lavoro esterno e ricoprono un pezzetto dello spazio pubblico e del mercato del lavoro. Al contrario, questa situazione ha isolato le donne e ha contribuito fortemente alla costruzione della loro vulnerabilità”.

Il rapporto pubblicato da Save the Children riporta anche un’altra stima particolarmente preoccupante, ed è quella che riguarda l’istruzione delle bambine e delle ragazze. Se per milioni di studenti le attività scolastiche si sono interrotte, per alcuni di loro questo abbandono potrebbe essere definitivo. A causa delle difficoltà economiche, molti dovranno smettere di studiare per mettersi al lavoro, e ancora una volta la situazione è ancora più difficile per le ragazze.
Precedenti studi condotti da Save the Children su un gruppo di ragazze provenienti dall’Africa, America Latina, Caraibi, Medio oriente, Europa orientale e Nord America hanno confermato infatti che le ragazze che lasciano la scuola hanno molta meno probabilità di tornarci.

“Certamente l’abbandono scolastico femminile sarà una ricaduta della pandemia importante, perché le famiglie che si trovano in ristrettezze economiche e devono scegliere se far restare a casa un figlio maschio o una figlia femmina, scelgono quest’ultima. Questo avviene perché il salario delle donne e il loro ruolo nella società fuori dalla dimensione privata è accessorio rispetto a quello dell’uomo, che invece è indispensabile e rappresenta un fattore di affermazione della libertà individuale”, continua la professoressa Degani.

“L’incardinamento della divisione sessuale del lavoro e dei ruoli, infatti, è tale che il rischio di essere osservati, guardati e giudicati in un ruolo diverso da quello che la società si aspetta è alto anche per gli uomini. In questo momento, perciò, c’è bisogno di politiche di non discriminazione in cui le differenze vengano alla luce e in cui si tenga conto della specificità delle persone e del valore di cui i singoli individui sono portatori”.

Gli anni dell’adolescenza, inoltre, sono quelli in cui gli effetti della discriminazione di genere iniziano a diventare più evidenti. In una fase dello sviluppo così delicata, è fondamentale una buona alimentazione. Ma quando le risorse scarseggiano, le ragazze sono le prime a rimanere senza cibo.


L’impatto del COVID-19 sull’accesso alla salute e alla nutrizione probabilmente colpirà più duramente le ragazze più povere. Queste sono le ragazze che sono già state lasciate indietro e alle quali è stato negato pari accesso alle cure e al sostegno

Global Girlhood Report 2020, Save the Children

Le giovani donne saranno svantaggiate rispetto ai loro coetanei maschi anche per quanto riguarda l’uso delle tecnologie e l’accesso alle cure. Come riporta il documento, infatti, “si stima che se il periodo di isolamento dovuto al Covid-19 raggiunge i sei mesi, 47 milioni di donne e ragazze perderanno l’accesso alla contraccezione moderna, con il risultato di altri 7 milioni di gravidanze indesiderate”.

“Stiamo parlando di ambiti sociali in cui il livello di disponibilità delle risorse è molto basso”, conferma la professoressa Degani. “La distribuzione delle risorse nei paesi più arretrati spesso soffre per via della scarsità delle stesse e a causa dell’accesso privilegiato da parte degli uomini rispetto alle donne. Questo vale ad esempio per il cibo, dove la logica della rinuncia viene fatta assomigliare più a un dono che a un obbligo.
E un altro degli ambiti in cui assistiamo a una discriminazione reale sulla base dei sessi riguarda la capacità di stare sul piano tecnologico all’altezza dei tempi. Le donne soffrono a causa di questo gap sopratutto quando devono mandare delle richieste di aiuto, fare rete e costruire processi di condivisione in ambito virtuale”.

La pandemia, insomma, sta esacerbando molte situazioni che erano già strutturalmente latenti, bloccando molti dei tentativi delle donne per raggiungere la parità di genere e difendere la loro capacità di azione nel mondo.
Sarà una grandissima sfida garantire la parità dell’accesso alle cure perché i vaccini e le soluzioni per uscire da questa situazione devastante siano accessibili a tutti. Lavorare in questo senso, quindi, sarà molto importante”, conclude la professoressa Degani.

Secondo il Global Girlhood Report 2020 pubblicato da Save the Children, la pandemia avrà un impatto particolarmente negativo sul futuro delle bambine e delle ragazze nel Sud del mondo, specialmente per quanto riguarda l’aumento dei matrimoni precoci e l’abbandono della scuola

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