I diciotto anni migliori della mia vitaelisabetta.tola
Gio, 05/06/2021 – 09:55


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Bruno Arpaia

Quando, a ventott’anni, Galileo Galilei viene scelto per occupare la cattedra di matematica all’Universitas Artistarum dello Studium Patavinum, l’attuale Università di Padova, è preceduto, certo, dalla sua fama di scienziato, ma anche da quella di uomo a cui piacciono più del dovuto le donne e il vino, rissoso, frequentatore di bordelli. Tutto vero, almeno in gioventù. E siccome l’«uomo» Galileo non è né meno interessante né scindibile dal grande scienziato, è davvero appassionante il racconto «romanzato» che il fisico e astrofisico Alessando De Angelis ci fa degli anni trascorsi a Padova dal pisano, dei quali Galilei parlerà, appunto, come I diciotto anni migliori della mia vita (Castelvecchi).

CULTURA

Basandosi su un’accurata documentazione (le lettere di Galileo, gli studi di Antonio Favaro, alcune biografie, e la documentazione custodita nell’Ufficio Storico dell’Università di Padova, nel Collegio Vescovile e all’Accademia dei Ricovrati, oggi Accademia Galileiana, nella Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze, e nella Biblioteca Nazionale Marciana di Venezia), De Angelis ci presenta il suo protagonista all’arrivo a Padova, nel 1592, nella sua casetta dietro Santa Giustina, nel momento dell’incontro con colui che diventerà uno dei suoi migliori amici, almeno fino alla decisione di Galileo di lasciare il Veneto nel 1610: Giovanni Francesco Sagredo.

La cattedra ottenuta da Galileo è prestigiosissima, ma, almeno all’inizio, il suo stipendio annuale, centottanta ducati, non è certo il massimo: il professore che all’epoca guadagna di più ne riceve ben duemila. Perciò, ci racconta De Angelis, mettendo in scena gli incontri di Galileo con i colleghi e gli amici, le sue lezioni, le sue scorribande, o riportando semplicemente le sue lettere, anche uno dei più grandi scienziati italiani è costretto a dibattersi tra debiti e mille difficoltà economiche, dovendo per di più onorare le ingenti spese per le doti delle sorelle. Ma De Angelis non si ferma qui: il suo racconto ci fa scoprire anche altri particolari sull’«uomo» Galileo, non certo irreprensibile. Basta seguire il filo del suo rapporto con Marina, la donna da cui avrà tre figli, che non accoglierà mai in casa, e del modo in cui si «libererà» di lei quando si trasferirà di nuovo in Toscana.

E tuttavia, dalle pagine di De Angelis emerge prepotente anche la grandezza dello scienziato, con il suo modo innovativo di condurre gli esperimenti e i ragionamenti scientifici, con i rapporti instaurati con Paolo Sarpi, Gian Vincenzo Pinelli, Tommaso Campanella o Keplero, con la sua abilità di perfezionare il «cannone occhiale» e fare, proprio a Padova, le scoperte sulla luna e sugli «astri medicei» («più verità astronomiche di quante non ne fossero state raccolte in quaranta secoli, dal tempo del regno egizio di Tebe»), che avrebbe immediatamente trascritto nel Sidereus Nuncius, il primo esempio di comunicazione della scienza anche al grande pubblico attuata da un importante scienziato.

Diciotto anni molto intensi, dunque, quelli del pisano a Padova, nei quali strinse molte amicizie, si divertì, ebbe figli, affrontò i problemi economici e le prime intrusioni dell’Inquisizione (dalle quali lo protesse il prestigio dell’Università) per i suoi comportamenti, studiò e fece alcune delle sue più importanti scoperte. Forse, però, nonostante tutto ciò che Venezia e Padova gli avevano dato, Galileo non smise mai di sentirsi un emigrante, di provare, malgrado tutto, nostalgia di «casa». E quando Cosimo de’ Medici, che era stato suo allievo, divenne Granduca di Toscana, il pisano approfittò dell’occasione.

«Nel 1610» scrive De Angelis nella Premessa al libro, «Galilei coglie l’opportunità di tornare in Toscana, tagliando i ponti con Venezia sia umanamente sia scientificamente, e per sempre. Non tornerà mai più in Veneto. Perse la protezione politica dei dogi e la Patavina Libertas (la libertà di dire tutto ciò che si vuole concessa ai docenti padovani), andrà incontro ai noti processi da parte della Chiesa, e ai conseguenti rovesci. Nulla dalle sue lettere o dai suoi scritti fa trasparire pentimento per la scelta di lasciare Padova e Venezia, ma in molte lettere parlerà del rimpianto per la gioventù e per i divertimenti del periodo veneto». 

A Firenze, insomma, per Galileo comincerà un’altra storia, sempre ricca di scoperte e di libri fondamentali, ma di certo più travagliata. Ma sarà, appunto, un’altra storia.

 

Diciotto anni intensi di vita scientifica, accademica ma anche di relazioni umane, da quelle con gli scienziati e colleghi a quelle familiari e amicali. Galileo Galilei è arrivato a Padova 28enne e ci è rimasto fino al 1610. Il racconto romanzato di quel periodo è stato recentemente pubblicato da Alessandro De Angelis

Il Sidereus Nuncius di Galileo Galilei. Foto: Massimo Pistore – Pixu studio
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