CoVid-19, tracciamento dati e privacy: una trasparenza desiderabile?francesco.suman
Gio, 04/02/2020 – 08:27


Italian

Francesco Suman

Per contrastare la diffusione del coronavirus, l’Italia sembra trarre ispirazione dal modello coreano, contraddistinto, oltre che da un massivo ricorso ai tamponi, dal tracciamento dei contatti e degli spostamenti degli individui potenzialmente contagiosi. Il governo italiano insieme ad aziende dell’alta tecnologia, a centri di ricerca e a un gruppo di esperti sta lavorando per sviluppare soluzioni che consentano l’utilizzo e l’analisi, tra gli altri, dei dati di geolocalizzazione, delle celle telefoniche, dei movimenti delle carte di credito. “La questione più seria naturalmente riguarda la compatibilità di qualunque soluzione con la normativa sulla privacy” spiega Andrea Pin, professore di diritto pubblico comparato all’università di Padova e coordinatore del corso di laurea in diritto e tecnologia. La matassa da sbrogliare è complessa: i dati da considerare provengono da una pluralità di fonti e al contempo certe categorie di dati aggregati non possono essere disgregati fino al tracciamento della singola persona, proprio per tutelarne il diritto alla riservatezza. “Sono state vagliate varie ipotesi ma finora non mi pare si sia giunti a sviluppare una progettualità dal forte impatto. L’unico caso di cui ho potuto leggere con qualche dovizia di particolari è relativo all’utilizzo delle celle telefoniche nella zona lombarda, di Milano in particolare, un monitoraggio che ha consentito di valutare che tipo di risposta hanno avuto le misure di contenimento”.

Possiamo riflettere in prospettiva su quali soluzioni potrebbero risultare meno invasive? Si parla ad esempio del geolocalizzatore, il Gps, o in alternativa del Bluetooth.

Innanzitutto nella misura in cui si può ottenere il consenso della persona queste soluzioni possono anche essere integrate. Il Bluetooth è un indicatore di prossimità, è un sistema che è stato utilizzato in Corea per monitorare la vicinanza tra persone e quindi stimare la possibilità che una persona sia stata contagiata o esposta al contagio. Riguardo al monitoraggio del movimento delle persone, la geolocalizzazione consente di stabilire quante persone ci sono in un determinato spazio e come si muovono. Dal punto di vista della policy, degli enti pubblici, la geolocalizzazione probabilmente è più efficace. Ma dal punto di vista della singola persona, che si può chiedere quanto si sta esponendo alla possibilità di contagio, un’app scaricabile che sfrutti il bluetooth, uno strumento innestato all’interno del singolo dispositivo, può risultare utile. Sono prospettive diverse.

La nostra popolazione gode di una sufficiente alfabetizzazione digitale per far sì che queste soluzioni vengano diffuse su larga scala? C’è un numero sufficiente di smartphone e dispositivi per attuare queste soluzioni?

Questo è obiettivamente un ostacolo, anche se è difficile stimare quanto lo sia. La composizione anagrafica della nostra società e il livello di permeabilità raggiunto dalle nuove tecnologie è relativo rispetto a quanto accaduto in altri paesi. Ad esempio il Giappone, che ha un indice di invecchiamento addirittura superiore al nostro, ha visto una maggiore permeabilità di queste tecnologie nella società. Noi vivremmo il paradosso della necessità di tutelare maggiormente quella fascia della popolazione che meno utilizza queste tecnologie. Da un lato quindi c’è una sensibilità e un’apertura nei confronti di queste misure, dall’altro è difficile pensare che ci sia una prontezza nell’aderire a queste soluzioni. Si dovrebbe pensare di creare una filiera di facilitatori o figure che aiutano le persone a scaricarsi le app.

SOCIETÀ

Guarda l’intervista a Andrea Pin, professore di diritto comparato. Montaggio di Elisa Speronello

Rispetto alle società orientali in Occidente ci sono maggiori resistenze all’introduzione di sistemi di monitoraggio, o sorveglianza come vengono anche chiamati? Esiste questa differenza culturale?

Direi che esiste questa differenza culturale e che è profondamente innestata nei valori sociali e nei valori giuridici. Un sistema come quello cinese è ampiamente centralizzato e c’è un’assoluta trasparenza del cittadino nei confronti del pubblico potere. Invece in Occidente lo sviluppo delle tecnologie digitali ha generato una realtà molto più frastagliata, che è nata spontaneamente, che ha una cultura privatistica molto più forte. Abbiamo una serie di realtà diverse, con scopi e logiche differenti.

Quando queste realtà condividono dati e il know how – il che non è scontato – si possono generare benefici. Però il diritto dell’Unione Europea e la nostra civiltà giuridica ci hanno sempre messo in guardia dalla capacità di mettere in comunicazione i dati, perché chi li sa raccogliere ed elaborare acquisisce un enorme potere, non importa se si tratta di un soggetto pubblico o di un privato. Questo ci ha sempre spaventato. Senz’altro la nostra infrastruttura giuridica e la nostra sensibilità valoriale è diversa da quelle che troviamo più a est.


Ora siamo di fronte a una scelta molto più difficile, perché l’estrema trasparenza assomiglia improvvisamente a qualcosa di desiderabile

Ora però ci troviamo di fronte a un momento storico decisivo, proprio per questa ragione. Noi abbiamo sempre coltivato l’idea, comprensibilmente, che i dati siano nostri e che sia molto importante controllarne, limitarne e persino impedirne la circolazione. Abbiamo sempre pensato che la condivisione di dati renda vulnerabile la popolazione. Se qualcuno sa tutto di me, può manipolarmi, non solo vendermi quello che gli pare. Ora siamo di fronte ad una scelta molto più difficile, perché l’estrema trasparenza assomiglia improvvisamente a qualcosa di desiderabile. La trasparenza dell’altro e la mia stessa trasparenza sembrano essere una bella prospettiva. Siamo di fronte a una domanda che non pensavamo si sarebbe posta in maniera così radicale.

Non è una scelta ovvia, mi sento di dirlo. Ad esempio, c’è chi sta già utilizzando anche in Occidente queste occasioni per accentrare un potere di controllo che poi non è detto che restituirà alla popolazione. Teniamo anche presente che noi stiamo ragionando in termini emergenziali, come si trattasse di una parentesi che prima o poi si chiuderà, e ci aspettiamo che alla fine tutto torni alla normalità. Ma qual è il nostro ordine di grandezza? Stiamo parlando di una minaccia capace di uccidere le persone, riempire gli ospedali e distruggere le economie. Quando scomparirà un tale flagello, come lo terremo lontano da noi? Cosa accadrà quando riapriremo le frontiere e ricominceremo a scambiarci colleghi, studenti Erasmus, turisti forza lavoro, businessmen, che sono la linfa per la nostra economia e la nostra società? Allora un ragionamento di ampio respiro deve essere fatto, perché quello che adesso accade potrebbe ripresentarsi a distanza di mesi o di anni.


Il diritto dell’Unione Europea non semplicemente impedisce al privato di fare certe cose: non lo consente a nessuno

Questa allora non potrebbe essere l’occasione da parte delle amministrazioni pubbliche e delle istituzioni di contrattare con i colossi delle telecomunicazioni, che per lo più detengono la gestione dei dati, e riflettere su un modello più distribuito e meno monopolistico? È questa l’occasione per pensare alla Smart Society del domani?

Sì senz’altro, bisogna pensare a un bilanciamento di interessi che non è chiuso ad una parentesi che si risolverà presto. Contemporaneamente però l’idea di un transito di dati da un privato al pubblico che consenta di integrarli, per quanto sembri strano, è ostacolato dalla stessa infrastruttura giuridica. Cioè, il diritto dell’Unione Europea non semplicemente impedisce al privato di fare certe cose: non lo consente a nessuno, proprio perché consapevole che non solo il potere privato può essere un rischio, ma anche che il potere pubblico possa essere un rischio. Ci sono delle limitazioni forti anche a quello che può fare il pubblico, che pure sicuramente è titolare di un interesse pubblico, meritevole di essere perseguito. Il diritto dell’Unione Europea e il diritto costituzionale nazionale ci dicono che nel controllo dei nostri dati si giocano la nostra libertà e identità personale. L’interesse pubblico può prevalere su di esse solo per quanto è necessario e in modo proporzionato. Questo, nel concreto, che significa? Questa è la grande domanda, perché ora ci viene chiesto di passare improvvisamente dalle ipotesi di laboratorio alla pratica sulla vita reale. L’Unione europea e le sue agenzie che si occupano di privacy è uscita con alcune dichiarazioni molto possibiliste relativamente alla possibilità di utilizzare la mole di dati che abbiamo a disposizione per combattere il virus, ma questo finora non si è tradotto in una serie di linee guida specifiche. Finora quel che abbiamo sono, ad oggi, 31 pagine – molto fitte – di idee su come sfruttare la robotica per combattere il virus. Tutto ciò è sintomo di grande inventiva, ma anche della necessità di un supplemento di riflessione.

Diceva che c’è già chi sta sfruttando questo contesto emergenziale per appropriarsi di un potere che poi non è detto restituirà alla popolazione, a chi si riferisce?

È famoso il caso di Israele che sta utilizzando tutta la tecnologia che ha approntato per l’antiterrorismo per tracciare la mobilità dei propri cittadini. È un esempio di come ci possa essere un eterogenesi dei fini, per cui quello che adesso mettiamo in pratica contro il coronavirus può rimanere lì ed essere riutilizzato o male utilizzato in un secondo momento. Ci sono anche altri Paesi che si sono mossi scompostamente. Direi scompostamente nel senso che hanno dimostrato di non avere una visione organica del problema. In Australia addirittura ci sono state delle reprimende delle autorità pubbliche nei confronti di singoli cittadini che avrebbero messo a repentaglio la popolazione. Un medico che aveva apparentemente continuato a praticare nonostante fosse positivo al CoVid-19 è stato messo alla pubblica gogna. Negli Stati Uniti c’è una differenza di risposte legata alla disgregazione istituzionale: gli Usa sono un ordinamento decisamente decentrato, per cui le diverse autorità territoriali si sono mosse in maniera diversa.


Ora ci viene chiesto di passare improvvisamente dalle ipotesi di laboratorio alla pratica sulla vita reale

Noi abbiamo giustamente applaudito a tutto quello che è successo in Corea del Sud che è un Paese democratico che ha una grande digitalizzazione e non è totalmente indifferente alla privacy. Per tutelare le persone ovviamente hanno profilato gli utenti senza tuttavia divulgare le informazioni su chi gli utenti fossero. Hanno monitorato, hanno creato dei tracciamenti, hanno identificato i movimenti della popolazione, hanno poi comunicato alla popolazione che comportamenti tenere tramite le app e altri strumenti. Tuttavia alcuni sono riusciti a bypassare l’anonimizzazione e hanno identificato le persone. E si è verificato un processo che gli americani chiamano name and shame, ovvero ‘individua la persona e insultala’ per cui è nata una caccia all’untore, questo sì di manzoniana memoria.

La questione non si può ridurre al fatto secondo cui la privacy è sempre benigna ed è sempre maligno chi tenta di invaderla. Ciascuno di noi avrà la tentazione di sapere chi nel proprio condominio ha il CoVid. Questo è evidente ed è molto pericoloso.

In definitiva se dovesse in sintesi estrema auspicare quale dovrebbe essere la situazione in Italia cosa direbbe?

Auspicherei che venga chiaramente esplicitato quali dati è giusto condividere, quali dati non devono essere condivisi, e anche quali sono i fini per cui condividere i dati. Le nostre normative ci consentono di fare dei monitoraggi al fine di studi scientifici, ad esempio. Si tratta però di stabilire per noi stessi e per la società che quei dati che vengono acquisiti e poi utilizzati non siano dati che poi vengono messi in comunicazione di nuovo per mappare come le persone si comportano dalla mattina alla sera e per effettuare quel che diventerebbe uno screening permanente di come la gente vive.

Il nostro impianto giuridico ci ha sempre messo in guardia dalla capacità di mettere in comunicazione i dati, perché si tratta di consegnare un enorme potere a chi controlla i dati. “Ora siamo di fronte a una domanda molto più difficile” spiega Andrea Pin in riferimento alla strategia italiana di lotta a CoVid-19 “perché l’estrema trasparenza assomiglia a qualcosa di improvvisamente desiderabile”

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