Covid-19 e scuole. Nature: “Non sono hotspot di contagi”barbara.paknazar
Mar, 11/17/2020 – 08:20


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Barbara Paknazar

Dopo il Dpcm del 3 novembre quasi la metà dell’intera popolazione scolastica italiana è tornata a seguire le lezioni da casa, con la formula della didattica a distanza che aveva già caratterizzato la prima fase dell’epidemia.

I dati forniti da Tuttoscuola parlano di un totale di 4 milioni di alunni delle scuole statali e paritarie: si tratta, in particolare, di tutti gli studenti delle superiori (oltre 2,7 milioni) per i quali il provvedimento del governo ha esteso la didattica da remoto dal 75% al 100% del monte orario. Nelle aree inserite in zona rossa anche gli alunni delle seconde e terze classi della scuole medie hanno smesso di seguire le lezioni in presenza.

A tutto questo si sommano poi ulteriori misure restrittive introdotte da alcune Regioni: le prime in ordine di tempo sono state Campania e Puglia che hanno deciso di chiudere le scuole di ogni ordine e grado, innescando una serie di ricorsi che nel primo caso hanno portato il Tar a confermare la scelta del presidente De Luca, mentre in Puglia l’esito è stato opposto e il Tar ha accolto la richiesta di sospensione dell’ordinanza. In seguito all’elenco delle Regioni che hanno deciso di sospendere le lezioni in presenza si sono aggiunte anche Calabria e Basilicata, rispettivamente fino al 28 novembre e al 3 dicembre, mentre l’Alto Adige ha disposto la chiusura per una settimana. Una direzione che in queste ore sta valutando anche la Valle d’Aosta, in zona rossa dal 6 novembre, che adesso si appresta a discutere un dossier su cui a breve si esprimerà l’esecutivo regionale. 

Insomma, a meno di due mesi dall’apertura dell’anno scolastico, che era stata accompagnata da annunci nel segno dell’ottimismo e da dichiarazioni che delineavano una scuola non più sacrificabile, la ripresa della curva dei contagi da SARS-CoV-2 ha portato a scelte difficili, a cui ha fatto seguito anche un ampio dibattito che si è incentrato sul reale ruolo delle scuole nella diffusione dell’epidemia e su un confronto con le decisioni prese da altri grandi Paesi europei dove le scuole sono rimaste aperte, pur con alcune parziali limitazioni nelle zone rosse.

Nei giorni scorsi un articolo pubblicato su Nature ha affermato che, sulla base dei dati raccolti in tutto il mondo, le scuole non possono essere considerate un hotspot per le infezioni da nuovo coronavirus e ha sottolineato che anche quando si verificano focolai il numero di persone che si ammalano resta limitato. L’autrice, la giornalista scientifica Dyani Lewis, ricorda però che anche i bambini possono contrarre il virus e diffondere particelle virali e che con il crescere dell’età la capacità di trasmissione aumenta, fino a diventare pari a quella degli adulti.

SCIENZA E RICERCA

E’ però opportuno fare qualche distinzione tra i momenti in cui la circolazione del virus è bassa e quelli in cui invece la trasmissione tende a risalire: nel primo caso, sottolinea l’articolo di Nature, i dati hanno dimostrato che le scuole possono riaprire in sicurezza senza ripercussioni a livello di contagi nell’intera comunità. In un contesto in cui il virus circola maggiormente le percentuali di infezioni nei bambini aumentano – sottolinea Ashlesha Kaushik, pediatra e portavoce del Accademia americana di pediatria, intervistata nell’articolo di Nature – ma è altrettanto vero che è più complesso estrapolare le analisi sui contagi scolastici da tutto ciò che accade al di fuori, ad esempio il livello di restrizioni sulle attività commerciali e sulle riunioni di persone. Senza poi dimenticare il nodo dei trasporti con il problema del sovraffollamento dei mezzi pubblici che in Italia, prima della riduzione della capienza consentita, ha fatto molto discutere. 

Nella sua analisi Nature parte da una fotografia dell’Italia scattata il 5 ottobre. E’ quella la data dell’articolo, pubblicato in preprint, che ha mostrato i risultati preliminari sul numero di contagi da SARS-Cov-2 nelle scuole italiane a circa un mese dalla riapertura. Gli autori, Danilo Buonsenso, Cristina De Rose, Rossana Moroni e Piero Valentini del policlinico Gemelli di Roma, evidenziano che le scuole interessate da contagi erano 1212 su 65104 (pari all’1,8%) e nel 90% delle situazioni si trattava di un solo caso di infezione in una classe o in un istituto. E’ però importante precisare che per un osservatore esterno la valutazione dell’impatto delle scuole sulla seconda ondata epidemica che sta attraversando l’Italia risente dell’impossibilità di reperire dati aggiornati e completi sui canali istituzionali: le ultime informazioni ufficiali al riguardo risalgono al monitoraggio dell’Iss relativo alla settimana tra il 12 e il 18 ottobre che riportava un aumento dei “focolai in cui la trasmissione potrebbe essere avvenuta in ambito scolastico anche se la trasmissione intra-scolastica appare ancora limitata (3,5% di tutti i nuovi i focolai in cui è stato segnalato il contesto di trasmissione)”. 

L’articolo di Nature analizza poi quanto accaduto in altri paesi del mondo sottolineando, ad esempio, che in Australia i due terzi delle 1.635 infezioni da COVID-19 registrati nelle scuole dello stato del Victoria durante il mese di luglio, quando era in corso la seconda ondata, erano limitate a un singolo caso. Interessanti anche i dati arrivati dal Regno Unito dove un report relativo al mese di giugno mostrava che in qualsiasi contesto scolastico i membri del personale hanno un rischio maggiore di infezioni da SARS-CoV-2 rispetto agli studenti e che nella maggior parte dei casi la trasmissione del virus all’interno degli istituti era partita da un contagio tra adulti. 

Il rischio che è i più giovani possano contribuire in modo significativo alla diffusione del patogeno aumenta però con l’età: sotto gli 11 anni la suscettibilità al contagio è minore e uno studio condotto in Germania tra marzo e agosto ha confermato che le infezioni nei bambini di età compresa tra 6 e 10 anni sono meno cumuni rispetto agli adolescenti. A tale proposito Walter Haas, epidemiologo di malattie infettive presso il Robert Koch Institute di Berlino e tra gli autori dello studio, ha riferito a Nature che a livello globale le infezioni tra i bambini “sembrano seguire la situazione più che guidarla”.

Il tema della suscettibilità a SARS-CoV-2 da parte di bambini e adolescenti e la loro reale capacità di trasmissione del virus richiede certamente ulteriori approfondimenti e il fatto che in questa fascia di età l’infezione resti spesso asintomatica rende più difficile l’identificazione dei positivi, specialmente in un momento come quello attuale dove il tracciamento dei contatti e la conseguente rapida realizzazione dei tamponi sembrano non reggere il passo davanti all’aumento dei casi di contagio. Molti scienziati sottolineano però che la scuola è un luogo controllato in cui, fermo restando che il rischio zero non esiste, il rispetto dei protocolli permette di ridurre le possibilità di contagio. E a preoccupare sono anche le ripercussioni che la nuova sospensione della didattica in presenza potrà avere soprattutto sugli studenti più fragili e sulle famiglie in difficoltà.

Nei giorni scorsi il tema è stato al centro di un incontro tra i membri del Comitato tecnico scientifico e la ministra dell’Istruzione Lucia Azzolina: al riguardo il coordinatore del Cts Agostino Miozzo ha dichiarato che la chiusura delle scuole è una vera emergenza e che la comunità scientifica adesso ha l’obbligo di valutare il rischio potenziale del ritorno di milioni di studenti alla scuola in presenza. “Dobbiamo fare l’impossibile affinché questo sia un livello di rischio accettabile”, ha affermato Miozzo aggiungendo che la didattica a distanza è “uno strumento di eccezionale utilità da utilizzare in situazioni di vera emergenza e soprattutto per periodi limitati”. 

“Il punto centrale è capire se la scuola segue l’andamento dei contagi presenti nella comunità oppure se è essa stessa causa di contagi. Tutti i dati a disposizione ci dicono che la scuola non ha un ruolo specifico e non incide sull’aumento generale dei contagi”, ha affermato l’immunologa Antonella Viola Il Bo Live. La docente si è inoltre soffermata sul ruolo dei test rapidi spiegando che il loro utilizzo risponde a una strategia che non può essere raggiunta attraverso il solo uso dei classici tamponi molecolari: questi ultimi sono indubbiamente più sensibili ma non possono essere impiegati per monitoraggi ripetuti ed estesi, soprattutto sui bambini. E per finire abbiamo chiesto alla professoressa Viola una riflessione sul tema dei dati, troppo spesso carenti, sulla base dei quali vengono prese le decisioni che mirano al contenimento dei contagi.

L’intervista completa alla professoressa Antonella Viola sul rapporto tra scuole e trasmissione del virus SARS-CoV-2. Servizio e montaggio di Barbara Paknazar

“Quella di Nature – spiega la professoressa Antonella Viola, del dipartimento di Scienze biomediche dell’università di Padova – è una review basata su altri articoli che sono stati pubblicati in questi mesi. Il punto centrale è capire se la scuola segue l’andamento dei contagi presenti nella comunità oppure se è essa stessa causa di contagi. Tutti i dati a disposizione ci dicono che la scuola non ha un ruolo specifico e non incide sull’aumento generale dei contagi. Questo avviene per una serie di motivi e prima di tutto perché è un ambiente controllato in cui ci sono delle regole molto chiare come il distanziamento, l’uso delle mascherine e la dinsinfezione delle mani. Inoltre i bambini nell’infezione da Covid-19 sembrano avere un ruolo limitato: è vero che possono contagiarsi ma sembra che soprattutto i più piccoli, quelli al di sotto dei 10-12 anni, hanno una minore capacità di trasmissione del virus e di infettare altre persone”.

L’elemento centrale su cui si focalizza anche l’analisi di Nature è che un contagio rilevato a scuola difficilmente si propaga fino a diventare un punto di innesco di un focolaio. “Nei dati che riguardano le scuole si rileva che effettivamente può esserci la positività del singolo bambino, ma generalmente non si crea poi un cluster. Quindi il bambino può infettarsi in altri contesti, come quello familiare o durante le attività sportive, ed è normale che ogni tanto ci possa essere un caso all’interno della classe, però non viene poi a determinarsi un ampio focolaio. Nei ragazzini più grandi, invece, la capacità di trasmettere il virus sembrerebbe essere uguale a quella degli adulti e bisognerebbe concentrare le attenzioni principalmente su questa fascia di età”, approfondisce l’immunologa Antonella Viola. 

Tra i più giovani il contagio da SARS-CoV-2 rimane frequentemente in forma asintomatica e questo rende più difficile la rapida identificazione di nuovi casi positivi. “Certamente può accadere che sfuggano – precisa la direttrice dell’Istituto di ricerca pediatrica Fondazione Città della speranza – e questo è un punto importante. Un monitoraggio attento all’interno delle scuole, proprio per evitare di perdere degli eventuali asintomatici, sarebbe certamente possibile e auspicabile. Tuttavia teniamo presente che questo discorso potrebbe valere per un ampio numero di situazioni dello stesso tipo”.

“In ogni caso un monitoraggio continuo, per esempio sui docenti, sul personale addetto alle pulizie e alla segreteria, un po’ come facciamo noi qui all’università di Padova con un sistema di screening periodico, con i test rapidi potrebbe essere tranquillamente fatto. Sui bambini – prosegue la professoressa Viola – invece bisogna intervenire nel momento in cui c’è una positività: in quel caso il test rapido offre la possibilità di vedere subito se siamo effettivamente di fronte a un focolaio o se invece siamo davanti a un caso singolo che si è presentato perché siamo in un momento in cui il virus circola nella società ed è quindi impensabile che nella scuola non ne troveremo. Il vero punto è chiedersi se un bambino positivo infetta tante altre persone oppure no? I dati dicono di no“. 

E a proposito della minore sensibilità dei test rapidi rispetto ai classici tamponi molecolari secondo l’immunologa dell’università di Padova “si sbaglia quando si fanno i paragoni tra i due test perché quello che dobbiamo confrontare sono le due strategie che vogliamo utilizzare per il controllo epidemiologico del nostro territorio. Il tampone classico è senza dubbio più sensibile ma non può essere uno strumento di massa, non può essere utilizzato per monitorare continuamente i bambini o il personale delle scuole. Invece i test rapidi sono utili per monitorare in modo periodico gli ambiti in cui lavorano molte persone. Sono due approcci diversi è i dati indicano che la strategia basata su più test un po’ meno sensibili è molto più efficace di una strategia basata su pochi test ma molto sensibili”.

“Sui test rapidi – prosegue la professoressa Viola – occorre intanto precisare che ne esistono tipi molto diversi. Il tampone rapido in questo momento ha una sensibilità che va dall’85% al 90%, a seconda della tipologia di test e di come viene eseguito. Il rischio di identificare dei falsi positivi invece non esiste perché la specificità è altissima e per questo motivo non si riesce francamente a capire perché dopo un tampone rapido che dia esito positivo sia necessaria la conferma con il tampone molecolare. Il rischio può essere semmai il contrario, vale a dire di perdere qualche positivo, ma non certo di trovarne in più”.

Nei giorni scorsi Antonella Viola, insieme ai colleghi Enrico Bucci e Guido Poli del Patto trasversale per la scienza, ha inoltre condotto un’analisi, sulla base dei dati disponibili, con l’obiettivo di ricostruire l’andamento delle infezioni nelle scuole per capire se potessero essere indicate come moltiplicatori del contagio. I risultati – hanno concluso gli autori dell’indagine – rafforzano l’ipotesi che le scuole rappresentino “solo una particolare finestra di osservazione all’interno di una popolazione più grande”.

“La prima parte dell’analisi – entra nel merito Antonella Viola – è già stata completata, l’abbiamo messa a disposizione della ministra dell’Istruzione Lucia Azzolina ed è stata pubblicata e discussa con una video conferenza su Orizzonte scuola. Noi abbiamo preso in esame come la scuola ha inciso sull’aumento dei contagi, andando ad analizzare sia regioni che avevano aperto la scuola prima, sia altre in cui l’anno scolastico era stato avviato più tardi. Il nostro obiettivo era capire se l’apertura delle scuole avesse portato a un cambio della curva dei contagi e abbiamo visto che non è stato assolutamente così, in nessuna area d’Italia. Questo ci porta a dire che se il dato viene analizzato in maniera corretta risulta evidente che la scuola non ha avuto un’incidenza. Adesso il nostro lavoro sta proseguendo con un’analisi più approfondita concentrata sull’andamento dell’infezione ultime settimane per andare a valutare l’impatto del contagio sulle varie fasce di età: prendiamo tutta la popolazione da 0 a oltre 90 anni per vedere se la curva del contagio ha un andamento diverso nella fascia scolare, e questo suggerirebbe che c’è un impatto della scuola, rispetto alle altre fasce della popolazione. Abbiamo utilizzato i dati dell’Istituto superiore di sanità e posso già anticipare che i risultati della nostra analisi confermano che non c’è alcun effetto della scuola sui contagi e che l’andamento dell’epidemia tra i ragazzi che vanno a scuola non è diverso rispetto al resto della popolazione”.

Le decisioni sulla scuola portano a una riflessione più ampia che riguarda la necessità, sollevata da molte voci autorevoli del mondo scientifico, che le misure di contenimento della pandemia, e quindi quali ambiti e quali attività chiudere o limitare, siano prese sulla base dei dati. “Su questo tema – conferma la professoressa Viola-  ci siamo concentrati in tanti da diversi mesi e ci hanno risposto che a volte non è possibile sapere dove ci si contagia, a meno di non rinunciare fortemente alla privacy, come accaduto nella parte orientale del mondo. Tuttavia uno studio che è stato pubblicato in maniera accelerata su Nature ha utilizzato GoogleMap e SafeGraph, un altro programma per la geolocalizzazione, per ricostruire in maniera perfetta gli spostamenti delle persone e i tracciamenti. Attraverso questo studio si è dimostrato chiaramente che la maggior parte dei contagi avviene in eventi di super diffusione e questo fa capire che non è necessario bloccare un intero Paese ma occorre andare a individuare quali sono i luoghi dove questi eventi si verificano”.

L’articolo di Nature non include la scuola tra i contesti in cui si possono manifestare questi episodi superdiffusori: gli ambiti più a rischio sono identificati in ristoranti, bar, palestre e luoghi di culto e la pubblicazione spiega che si può decidere o di chiuderli o di dare delle indicazioni che limitino i rischi, riducendo ad esempio il numero di persone che vi partecipano. “E’ attraverso un’analisi di questo genere che dovremmo provare a programmare i prossimi mesi nel nostro Paese, dovremmo usare questi strumenti e copiare lo stesso approccio per cercare di capire quali sono in Italia i luoghi in cui il contagio sta avvenendo in questo momento”, ha concluso la professoressa Viola.

Una review pubblicata nei giorni scorsi su Nature ha affermato che, sulla base dei dati raccolti in tutto il mondo, le scuole non possono essere considerate dei moltiplicatori del contagio da SARS-CoV-2, soprattutto quando si parla di bambini fino ai 12 anni. Ne abbiamo parlato con la professoressa Antonella Viola, immunologa dell’università di Padova
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