Conformismo di massa e azzeramento del libero pensiero. La critica di Adorno all’industria culturalefederica.dauria
Mar, 08/06/2019 – 08:28


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Federica DʹAuria

Il 6 agosto 1969 moriva Theodor Adorno, uno dei più celebri pensatori della cosiddetta scuola di Francoforte, fondata del 1922 e durata fino agli anni Sessanta; si trattava di un istituto di ricerca sociale formato da un gruppo di filosofi, intellettuali e artisti difensori di ideali di libertà e progresso culturale. Per questo motivo, la scuola fu costretta a fuggire dalla Germania nazista per trasferirsi a Ginevra, a Parigi e poi a New York. Assieme ad Adorno, partecipavano alla scuola di Francoforte anche Max Horkheimer, che scrisse assieme a lui “La dialettica dell’illuminismo”, e Herbert Marcuse, alle cui idee si ispirarono molti dei movimenti di protesta del ’68.

Adorno fuggì in Inghilterra e poi negli Stati uniti negli anni Trenta, pur avendo da poco ottenuto la libera docenza. Fu perciò costretto ad abbandonare Francoforte, sua città natale, essendo ormai uno degli intellettuali più in vista per le sue idee progressiste.
Riuscì a tornare in Germania dopo la fine della guerra, dove fu direttore dell’istituto per la ricerca sociale.

Come gli altri pensatori del suo tempo, Adorno fu fortemente segnato dagli eventi del nazismo, che finirono inevitabilmente per influenzare la sua visione del mondo e la sua filosofia, caratterizzata dal cosiddetto “pensiero negativo”, che si sviluppava attraverso una strutturata critica al presente.
Lungi dall’elogiare la realtà attorno a lui, considerandola espressione di progresso e modernità, Adorno la vedeva come il trionfo della sintesi, dell’appiattimento, della morte delle idee discordanti.
Secondo il filosofo, infatti, l’inclinazione intellettuale tipicamente occidentale che ha sempre avuto l’uomo consiste in una certa tendenza all’armonia, all’unità e alla razionalizzazione, tramite la soppressione di ogni elemento di antitesi, di differenza, di contraddizione. Ebbene, il culmine di questa aspirazione è stato raggiunto ad Auschwitz, dove erano state stroncate milioni di vite di persone che non erano altro che “elementi di disturbo” a ciò che era stato innalzato a “normale”, “uniforme”, e quindi giusto. Ebrei, omosessuali, malati di mente rompevano l’armonia che l’uomo voleva raggiungere, e che era pronto a difendere a qualunque costo.

Il pensiero di Adorno si concentra poi sulla cosiddetta “industria culturale”, come spiega il professor Gaetano Rametta, docente di storia della filosofia contemporanea all’università di Padova.

CULTURA

Riprese e montaggio di Elisa Speronello

La critica di Adorno era insomma mirata al processo di manipolazione delle menti ad opera dei mass media. Il cinema, la televisione, i giornali diventano l’espressione di una logica capitalistica e di omologazione delle coscienze. Per questo motivo, lungi dal costituire uno strumento per il libero pensiero, l’industria culturale assoggetta l’uomo, gli somministra i valori in cui deve credere, gli ideali di vita che deve desiderare, e persino come e quando debba ricercare il divertimento.

Adorno propone una celebre immagine-simbolo dell’uomo che è entrato a far parte della civiltà: si tratta di Ulisse incatenato, che vuole ascoltare il richiamo delle sirene, ma decide di reprimere la pulsione che lo attira a loro.
“La figura di Ulisse rappresenta il prototipo del potere moderno e il modello del soggetto occidentale in cui la natura è vista come un ambiente da utilizzare in modo strumentale e da conoscere ai fini dei vantaggi che il soggetto può trarne”, spiega il professor Rametta. “È l’inizio di una separazione tra la conoscenza e il godimento, in cui il sapere diventa funzionale all’acquisizione di informazioni che non sono più collegate all’esperienza della soggettività, ma esclusivamente a un possibile utilizzo a scopo di ricchezza o di potere.
L’altro aspetto che Adorno mette in luce è la divisione dei ruoli. C’è chi lavora, i rematori, che non hanno accesso all’ascolto del canto, e chi non lavora, Ulisse, che ascolta ma reprime le pulsioni del godimento che lo potrebbero ad avvicinarsi alle sirene.
Questo tipo di logica per Adorno permea tutta la civiltà occidentale dai poemi omerici fino alla società contemporanea. Tuttavia, presenta degli aspetti problematici. Ulisse non sceglie di viaggiare, sono gli dei che gli impediscono il ritorno a casa, mentre l’uomo moderno è colui che sceglie di scoprire e di abbandonare la casa, la terra natia, la patria, quindi ha un’esperienza diversa da quella di Ulisse. Diciamo che Adorno in questo caso forza l’interpretazione per costruire una lettura complessiva della società occidentale”.

Per fortuna, comunque, secondo Adorno non era tutto perduto. Esisteva ancora la possibilità di un’esperienza culturale che non fosse assoggettata ai canoni occidentali dell’armonia e della razionalità, né alle logiche del consumismo.
La salvezza si trovava nell’arte contemporanea, nella rottura degli schemi e della bellezza tradizionale, nelle note dissonanti della musica jazz e psichedelica, che Adorno conosceva e apprezzava. Erano queste le espressioni umane in cui si celava la speranza di una liberazione, ed era questo il modo con cui si poteva davvero rappresentare il mondo così com’era: dissonante, disarmonico, incompiuto e straripante di voci diverse.

La logica del capitalismo ha sottoposto la cultura agli stessi mezzi di produzione di massa degli oggetti materiali. Non a caso, anche oggi si parla di “prodotto culturale”. In questo emerge la grande attualità della posizione di Theodor Adorno, intellettuale e critico della realtà contemporanea, scomparso cinquant’anni fa

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Adorno (a destra) stringe la mano a Horkheimer
hp Ateneo Didattica
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