Chi sta liberando la tigre invisibile?francesca.bastianon
Ven, 08/21/2020 – 10:35


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Pietro Greco

A un esperto il titolo già dice tutto: Zoonotic host diversity increases in human-dominated ecosystems. Che potremmo tradurre così: gli animali che ospitano agenti patogeni trasmissibili aumentano negli ecosistemi dominati dagli umani. Il che ha una conseguenza in apparenza sconcertante: quando una foresta o un qualsiasi ecosistema selvaggio viene modificato da Homo sapiens, hanno una maggiore probabilità di sopravvivere e di moltiplicarsi proprio gli animali che ospitano agenti patogeni capaci di contaminare l’invasore.

Detto ancora in altri termini, il pericolo di nuove malattie infettive trasmissibili non è presente nelle foreste o negli ambienti incontaminati, ma diventa attuale quando quelle foreste e quegli ambienti vengono invasi e modificati da noi umani. Il che significa che non solo noi le nuove malattie infettive ce le andiamo a cercare, ma in qualche modo le creiamo.

Ma specifichiamo meglio quello che intendiamo, dicendo in primo luogo che questi risultati sono contenuti in uno studio pubblicato su Nature a opera di un gruppo di ricercatori inglesi guidato da Rory Gibb e David W. Redding, entrambi in forze allo University College London (UCL).

Il gruppo ha utilizzato il database del progetto PREDICTS (Projecting Responses of Ecological Diversity In Changing Terrestrial Systems), che contiene qualcosa come 3,2 milioni di dati contenuti a loro volta in 666  studi che hanno letteralmente contato gli animali (specie e popolazioni) lungo il gradiente che va da habitat senza presenza di umani ad habitat completamente antropizzati. Questi studi riguardano il mondo intero. 

SCIENZA E RICERCA

 

Analizzando questi dati Gibb e colleghi hanno trovato 20.382 associazioni tra 3.883 vertebrati ospiti (di specie patogene) e 5.694 specie di patogeni. È ovvio, almeno per gli esperti, che una specie che ospita un patogeno non è automaticamente capace di trasmettere il medesimo a noi umani. Per cui il gruppo dell’UCL hanno ulteriormente scremato il loro dati, prendendo in considerazione solo le specie di vertebrati capaci di trasmettere agli umani il patogeno ospitato.

Il risultato è sconcertante: più è antropizzato un ecosistema maggiore è il numero di ospiti vertebrati zootici (ovvero animali che ospitano patogeni trasmissibili), mentre minore è il numero di vertebrati che non ospitano patogeni. Di più: più antropizzata è un’area (una campagna, una città) più aumentano sia il numero delle specie sia soprattutto il numero degli individui (le popolazioni) di vertebrati che trasmettono patogeni come i ratti, i pipistrelli e gli uccelli canori.

La conseguenza è chiara: più trasformiamo foreste e habitat selvaggi in campi coltivati e città e spazi cementati, più aumenta il rischio di zoonosi, ovvero di malattie infettive trasmesse da animali. 

Ogni trasformazione del suolo da parte umana comporta una perdita di biodiversità. Ma la legge non è uguale per tutti gli animali. Alcuni sopravvivono e, anzi, si moltiplicano con maggiore facilità. Per nostra sfortuna, dimostrano Gibb e colleghi, sono proprio quelli che trasmettono malattie.

È solo un caso?

Forse no. Gli storici dell’ambiente ricordano come alla fine del Settecento le cronache della provincia cinese del Lingnan segnalavano un inspiegabile aumento dell’aggressività delle tigri. Fino a qualche decennio prima loro, i felini, se ne stavano nella foresta e raramente attaccavano gli umani. Poi improvvisamente i villaggi dei contadini cinesi divennero un obiettivo per le tigri. Come mai? I contadini cinesi allora non avevano una risposta. Noi oggi sì: in pochi anni, a causa di un aumento della popolazione, i cinesi abbatterono fino a 25.000 chilometri quadrati di foresta. Le tigri persero il loro habitat. La gran parte morì e, a metà ottocento, i felini in quella zona erano estinti. Ma quelle che sopravvissero cercarono nuove fonti di cibo. E gli umani divennero una di queste fonti. L’abbattimento degli ecosistemi selvaggi aveva liberato la minaccia tigre

La storia, vera, – è stata raccontata da Robert Marks in un libro, Tigers, Rice, Silk and Silt. Environment and Economy in Late Imperial South China, pubblicato nel 1996 con la Cambridge University Press – è anche una metafora. Noi oggi stiamo liberando tante tigri invisibili.

Come si sa, la biodiversità a scala mondiale sta diminuendo. E sta diminuendo con una velocità probabilmente senza precedenti nella storia della vita animale. Tuttavia non tutte le specie scompaiono e non tutte le popolazioni di una singola specie diminuiscono. In questo trend di erosione della biodiversità, alcune specie vanno controcorrente. Ebbene, gli animali che nuotano contro la corrente dell’erosione della biodiversità, ricorda uno studio citato da Nature, sono proprio quelli che ospitano più specie di patogeni e più specie di patogeni che infettano gli umani. Le specie e le popolazioni di topi sono in aumento mentre i panda e i rinoceronti sono in diminuzione. Ogni singolo topo ospita più patogeni di ogni singolo panda o rinoceronte. 

Una spiegazione potrebbe essere che gli animali più resilienti e capaci di adattarsi subito e meglio al cambiamento delle condizioni ambientali – i topi, per esempio – sono anche quelli che hanno una maggiore tolleranza ai patogeni. Ne diventano così vettori.  

La morale qual è? Ce la indicano proprio Gibbs e colleghi: se vogliamo combattere le pandemie dobbiamo smetterla di creare ambienti confortevoli agli animali che trasportano i patogeni. Ovvero dobbiamo smetterla di continuare a trasformare gli ambienti selvaggi: abbiamo già occupato la metà delle terre emerse del pianeta, fermiamoci. Anzi, dice il gruppo inglese, cerchiamo di restituire il terreno perduto alla wilderness, alla natura selvaggia. Prenderemmo così due piccioni con una fava, aggiungiamo noi: contrasteremmo meglio i cambiamenti climatici e diminuiremmo la probabilità di nuove pandemie

Più trasformiamo foreste e habitat selvaggi in campi coltivati, città e spazi cementati, più aumenta il rischio di zoonosi, ovvero di malattie infettive trasmesse da animali: ce lo spiegano un gruppo di ricercatori inglesi guidato da Rory Gibb e David W. Redding dell’University College London
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