Di cavalli, orde di guerrieri e conquistefrancesca.boccaletto
Mer, 11/18/2020 – 08:10


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Francesca Boccaletto

La storia dei nomadi Xiongnu dalle steppe dell’odierna Mongolia e le loro straordinarie imprese sono strettamente legate al controllo dei cavalli, protagonisti di piani di attacco e conquista, esplorazioni e fughe. 

How the horse powered human prehistory, articolo recentemente pubblicato su Sciencesi concentra proprio su questa relazione tra uomo e animale ed evidenzia il ruolo chiave svolto dai cavalli nell’ascesa di queste antiche orde nomadi.

Sono due gli studi a cui si fa riferimento: un’ampia indagine sul DNA di oltre 200 scheletri umani, dalla Mongolia e dalle regioni limitrofe, e uno studio condotto sui resti scheletrici di cavalli, risalenti a un periodo molto ampio che copre circa 6.000 anni, dal 5000 a.C fino all’impero mongolo di Gengis Khan, e che prende dunque in considerazione anche altre popolazioni dell’Eurasia. Fino ad ora, gli unici resoconti relativi ai guerrieri Xiongnu ci sono giunti dai loro nemici. Documenti cinesi di 2.200 anni fa descrivono le gesta degli arcieri a cavallo, autori di attacchi così feroci da indurre i cinesi stessi a costruire la Grande Muraglia per riuscire a respingerli.

SCIENZA E RICERCA

Massimo Vidale, docente di Archeologia orientale dell’Università di Padova, commenta gli studi presentati da Science e si spinge oltre, analizzando il ruolo del cavallo già nella più remota storia dell’uomo, attraverso un breve ma efficace viaggio nel tempo: “Il primo animale da soma che l’uomo controlla, oltre ai bovini, è l’asino che, addomesticato, sembra apparire in Iran intorno al 4000 a.C. In Mesopotamia e in tutto il vicino Oriente, fino almeno al 2000 a.C., dei cavalli si parla molto poco. I Sumeri chiamavano il cavallo ‘l’asino della montagna’, per distinguerlo dal dromedario che, giunto dall’Arabia, era ‘l’asino del mare’. In Mesopotamia, il cavallo fu a lungo guardato con estremo sospetto: esiste una tavoletta in cui il visir di un sovrano prega il suo signore di non andare sul cavallo, animale bizzarro ed esotico, ma di scegliere l’asino, animale ben più dignitoso agli occhi di tutti. Questo, per dire come i significati simbolici cambino e vengano alterati nel corso della storia. Intorno al 2000 a.C. abbiamo le prime rappresentazioni iconografiche di persone che montano su cavalli, ma sembra che questo avvenga in un ambito di gare equestri e circensi, e non in ambito militare. Mezzo secolo dopo, nel vicino Oriente, il cavallo è già un elemento aristocratico, viene legato alla biga a due ruote e dimostra il valore militare del sovrano, celebrato come eroe che guida il suo popolo allo sterminio del nemico. Cinquecento anni dopo, tra 900 e 800 a.C., troviamo il cavallo montato, che diventa elemento di strategia militare, ma non all’interno degli eserciti regali, quanto nell’ambito dei nomadi: orde di guerrieri che parlavano lingue iraniche, come Sciti e Cimmeri. Questi ultimi per due secoli compiono incursioni nell’Anatolia, l’odierna Turchia, distruggendo qualsiasi forma di potere consolidato proprio grazie al controllo militare del cavallo. Da quel momento in poi il cavallo resta legato alla fortuna degli eserciti e all’immagine del re come comandante militare”.

L’articolo di Science affronta da un lato l’analisi genetica di un gruppo di circa 200 individui distribuiti in un arco temporale di 6000 anni, una popolazione perciò frammentata in epoche storiche diverse, e dall’altro presenta un secondo studio, collegato, sul DNA dei cavalli. “Si parla di Xiongnu, ovvero gli Unni che abbiamo studiato a scuola – spiega Vidale -, che sarebbero quasi giunti, poco dopo il 450 d.C., a conquistare la nostra penisola sotto il comando di Attila. Questi Xiongnu si muovono in un momento storico di grande instabilità per tutto il contenente eurasiatico. Nel 221 a.C. il primo augusto imperatore della Cina, quello dei guerrieri di terracotta, per intenderci, costruisce la Grande Muraglia per impedire agli Xiongnu di entrare nell’entroterra cinese. E loro che fanno? Si spostano a Est e iniziano un movimento a catena per cui diversi popoli cominciano a spingersi gli uni contro gli altri e a spostarsi sempre più verso Occidente. Uno dei fattori chiave dell’espansione delle tecnologie militari di queste popolazioni, che avranno esiti storici straordinari, è proprio il controllo del cavallo, pienamente compiuto in quest’epoca abbastanza tarda, stiamo parlando del III-II secolo a.C. In realtà il dominio e lo sfruttamento del cavallo in Asia è molto più antico”.

Concentrandosi sui risultati, Vidale osserva: “Dalle analisi del DNA di queste popolazioni emerge una straordinaria variabilità genetica. Significa che si muovevano in un territorio amplissimo e avevano un sistema di potere nomadico che noi identifichiamo nell’idea di orda – lo stesso sistema di potere, più tardo, dell’impero universale dei Mongoli – che poteva coprire buona parte dell’Asia. Si muovevano all’interno di queste steppe con enorme rapidità, inglobando una grande quantità di popolazioni diverse. Questa variabilità genetica delle popolazioni nomadiche è funzione di un sistema di potere vasto ed efficiente”.

Per quanto riguarda il cavallo, la questione risulta complessa, “perché il cavallo è un animale puramente culturale, e gli studi più recenti stanno scompaginando le carte. Noi abbiamo sempre considerato le popolazioni di cavalli originari selvatici dell’Eurasia coincidenti con i famosi cavalli di Przewalski, dal nome dello studioso russo che per primo ne descrisse le mandrie allo stato brado. Sono cavalli selvatici che ancora oggi vivono in libertà in Mongolia. Abbiamo sempre pensato che fossero loro i primi, gli originari, quelli da cui far partire la discendenza di questo straordinario animale. Ebbene, gli studi più recenti hanno dimostrato il contrario: in realtà i nostri cavalli, le popolazioni attuali, discenderebbero da popolazioni di cavalli vissute circa 5000 anni fa nelle cosiddette steppe pontiche. Mentre i cavalli di Przewalski sarebbero invece i discendenti dei cavalli che avevano invano cercato di domesticare le popolazioni dell’età del Rame fra Mar Caspio e Mar Nero”. A riprova di quanto poco ancora sappiamo di questa complicata storia.

Un articolo pubblicato su Science mette al centro il ruolo svolto dai cavalli nell’ascesa dei nomadi Xiongnu, partendo da indagini sul DNA di resti di esseri umani e scheletri animali. L’approfondimento di Massimo Vidale, docente di Archeologia orientale all’Università di Padova
Cavalli di Przewalski

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Cavalli di Przewalski (Equus ferus ​przewalskii), Mongolia – Credit: Cyril Ruoso (Contrasto)
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