Beth Levine, una vita dedicata al sorprendente processo dell’autofagiafrancesca.bastianon
Mar, 08/11/2020 – 08:50


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Francesca Bastianon

Siamo alla fine degli anni Novanta e Beth Cindy Levine sta eseguendo un esperimento di autofagia su due ibridi di lieviti quando scopre che la proteina Bcl-2, responsabile del rallentamento del processo di apoptosi di una cellula (la morte programmata a un certo punto del suo ciclo vitale), si lega a una nuova proteina, la Beclin 1. La scoperta sarà essenziale per la rinascita della ricerca autofagica negli anni successivi: nel 2016, infatti, lo scienziato giapponese Yoshinori Ohsumi riceve il premio Nobel per la medicina grazie alle sue scoperte sui meccanismi di autofagia. Ma tutto questo non sarebbe stato possibile senza il lavoro pionieristico della dott.ssa Levine, scomparsa lo scorso giugno dopo aver perso la battaglia contro il tumore al seno.

SCIENZA E RICERCA

Classe 1960, Beth si laureò in medicina nel 1986 al Weill Cornell Medical College di New York, specializzandosi in medicina interna e malattie infettive. Nel 1992 divenne professoressa associata alla Columbia University e successivamente capo della divisione malattie infettive al Southwestern Medical Center dell’università del Texas. Dal 2008 fu ricercatrice all’Howard Hughes Medical Institute e tre anni dopo le venne conferito il ruolo di direttore del Center for Autophagy Research, a cui si aggiunse l’elezione nel 2013 come membro del National Academy of Sciences. 

I suoi studi furono una combinazione di diverse discipline: dalla scoperta di Beclin 1, le sue ricerche comprendevano la biologia strutturale e quella cellulare, la virologia e la fisiologia animale. Beclin 1, infatti, è una proteina importante per l’autofagia nella cellule dei mammiferi e oggi è una delle più studiate al mondo per la sua capacità di contrastare diverse malattie e patologie dell’uomo. L’autofagia è un processo catabolico presente nelle cellule di lieviti, piante e animali: la sua principale funzione è quella di mantenere l’equilibrio tra la sintesi, il riciclaggio e la degradazione dei componenti cellulari, attivandosi in modo significativo in alcune circostanze come durante i periodi di stress oppure di fame.

Alla fine degli anni Novanta, Beth Levine pubblicò un paper nella rivista Nature in cui identificò Beclin 1 come una proteina autofagica capace di sopprimere lo sviluppo del carcinoma mammario umano, interagendo con le proteine Bcl-2 che svolgono un effetto pro o anti apoptotico nelle cellule. Dopo questa scoperta, la ricerca su questa proteina, sull’autofagia e sulle sue possibili applicazioni diventò sempre più ampia: dalla patogenesi del cancro ai disturbi dello sviluppo, includendo anche studi sulle malattie neurodegenerative e sui processi fisiologici dello sviluppo e dell’invecchiamento. Durante i due decenni successivi, il laboratorio della dott.ssa Levine ha portato alla luce i meccanismi che regolano l’autofagia e il legame positivo con l’esercizio fisico. Un altro importante passo in avanti è stato fatto quando Beth ha creato un peptide, il Tat-Beclin 1, che induce l’autofagia e utile per numerose applicazioni terapeutiche nell’uomo.

Sono numerosi i ricordi pubblicati nei vari giornali scientifici che celebrano la figura e l’impegno di Beth. Il suo approccio alla scienza è sempre stato interdisciplinare, ponendosi l’obiettivo di creare una comunità in cui lo scambio di informazioni e conoscenze sia la base per una ricerca di qualità. In molti ricordano la sua visione creativa e il suo rigore intellettuale, così efficaci da risollevare un ramo della scienza che ai tempi non faceva molta gola agli scienziati. Per questo motivo, divenne una figura d’esempio per i giovani ricercatori a cui si dedicava come mentore ma anche per le ragazze, con le quali si incontrava spesso per incoraggiarle a continuare gli studi.

Se le ricerche legate al processo di autofagia cellulare e in particolare alla proteina Beclin 1 sono di vitale importanza oggi, per combattere diverse malattie come i tumori o i disturbi dello sviluppo, lo dobbiamo a Beth Cindy Levine, ricercatrice americana scomparsa lo scorso giugno che ha dato nuova linfa vitale a questo campo di studi

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