Artico. Zona di pace o territorio di conflitti?federica.dauria
Dom, 10/18/2020 – 11:07


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Federica DʹAuria

La scomparsa del ghiaccio nell’Artico sta cambiando e continuerà a cambiare la vita e le attività di sussistenza delle popolazioni indigene e la stabilità degli ecosistemi. Come riporta un editoriale di Nature, con riferimento a un recente studio, “la Groenlandia ha perso più del doppio del ghiaccio rispetto alla media annuale dal 2003. E in questo secolo, il tasso di perdita di ghiaccio dalla Groenlandia supererà qualsiasi cosa vista negli ultimi 12.000 anni”.

Ma la complessità del problema aumenta se si considerano anche gli interessi commerciali e politici di potenze come la Russia, gli Stati Uniti, la Cina, il Canada e alcuni paesi dell’Europa settentrionale. Le norme che disciplinano il comportamento delle nazioni in Antartide sono contenute nel Trattato di Washington del 1959, che garantisce alle nazioni la libertà di svolgere ricerca scientifica con scopi pacifici e spirito collaborativo e che vieta ogni operazione di carattere militare sul territorio.
Per quanto riguarda l’Artico, invece, non esiste un accordo di questo tipo. Esiste però il Consiglio artico, un forum internazionale composto dagli otto stati artici (Russia, Canada, Stati Uniti, Norvegia, Danimarca, Finlandia, Svezia e Islanda) e da sei organizzazioni di popoli indigeni che ha il compito di portare avanti una cooperazione scientifica tra le parti per garantire una gestione del territorio che tuteli l’ambiente, la sostenibilità marina e le attività delle popolazioni indigene.
Ci sono quindi degli scienziati che si occupano di condurre lavori di ricerca volti al monitoraggio e alla valutazione del territorio e che comunicano ai decisori politici dei paesi membri i risultati delle loro ricerche con dei rapporti dettagliati.

Le decisioni del Consiglio artico, però, devono essere accettate all’unanimità da tutti i membri. E per questo motivo basta un solo voto contrario perché un progetto di ricerca, anche accuratamente elaborato, non venga attuato.
Ogni due anni, poi, la presidenza del Consiglio artico viene assunta da un paese diverso e nel 2021 sarà la volta della Russia.

SOCIETÀ

Il Consiglio artico è un’organizzazione multilaterale che dovrebbe agire in modo assolutamente neutrale rispetto agli interessi dei singoli stati, impegnandosi a tutelare la sostenibilità ambientale della regione dell’Artico e attenendosi strettamente ai risultati scientifici.
Come riporta l’editoriale di Nature, però, molti studiosi di politica artica si chiedono cosa accadrà quando sarà la Russia a ricoprire il ruolo di presidente del Consiglio artico, prendendo il posto dell’Islanda. Uno dei timori, ad esempio, è che gli Stati Uniti potrebbero ostacolare i lavori del forum.

L’Artico è rimasto per lungo tempo una zona al di fuori dagli interessi politici e strategici dei paesi ed era piuttosto il territorio di esploratori, naturalisti e avventurieri. Solo durante il periodo della Guerra Fredda, le regioni dell’estremo nord erano tenute sotto controllo sia dalla NATO che dall’Unione Sovietica. Ebbene, come riporta un rapporto pubblicato di recente da Friends of Europe, un think tank con sede a Bruxelles, sembra che negli ultimi decenni questo interesse per la regione artica si sia ridestato.

Non sono solo gli Stati Uniti e la Russia (che ha riaperto persino alcune delle vecchie basi militari sovietiche nella regione) a voler mantenere un certo controllo sulla zona, ma l’Artico attira anche l’attenzione della Cina e di altri paesi esterni che ambiscono a diventare osservatori delle attività del Consiglio artico.


L’Artico è tornato all’ordine del giorno. I think tank, il personale di pianificazione militare e le agenzie di intelligence nazionali hanno prodotto una pletora di studi e rapporti sugli sviluppi nell’Artico e le implicazioni per la sicurezza occidentale

After the ice. The Arctic and European security, Friends of Europe, Autumn 2020

A cosa è dovuto, quindi, questo rinnovato interesse per la regione artica?

C’è più di una risposta a questa domanda, secondo l’autore del rapporto Paul Taylor, giornalista, ricercatore e Senior Fellow di Friends of Europe. Un primo aspetto da considerare riguarda gli interessi commerciali delle nazioni, che vogliono sfruttare il passaggio a nord-est, una rotta navale che si è aperta tra Asia ed Europa nelle ultime estati a causa del cambiamento climatico, che riduce di circa 10 giorni i normali tempi di navigazione.
Lo scioglimento dei ghiacci, inoltre, ha acceso anche il dibattito che riguarda l’estrazione di petrolio e gas naturale nell’Artico. Le ricchezze minerali che potrebbero nascondersi sotto i ghiacci, come ricorda Taylor nel suo rapporto, hanno spinto più di una volta le nazioni a rivendicazioni territoriali in queste zone.

Per questi motivi, la preoccupazione di molti è che l’Artico, che dovrebbe essere una zona di pace e che dovrebbe essere gestita con uno spirito collaborativo da parte di tutte le nazioni, si trasformi in un terreno di scontro tra interessi politici ed economici contrastanti.

Come sostiene Taylor nel rapporto in questione, è necessario quindi che il Consiglio artico, insieme ad altri organismi come la tavola rotonda sulla sicurezza artica della Conferenza di Monaco e le istituzioni finanziarie come la Banca Europea per gli investimenti e la Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo intervengano nella questione artica a livello diplomatico per preservare un dialogo aperto e collaborativo e promuovendo l’interesse comune della mitigazione del cambiamento climatico e della difesa ambientale al di sopra dei guadagni delle singole nazioni.


L’Artico non ha bisogno di nuove istituzioni per affrontare i suoi problemi di sicurezza. Ma le parti interessate dell’Artico possono fare un uso migliore di quelle esistenti e sviluppare canali informali per rafforzare la fiducia

After the ice. The Arctic and European security, Friends of Europe, Autumn 2020

Il rapporto di Taylor si conclude con una serie di raccomandazioni che si basano su tale principio e che riguardano la necessità di intensificare la cooperazione all’interno del Consiglio artico per contenere l’impatto del cambiamento climatico, attuare una gestione sostenibile dell’ambiente marino da parte delle popolazioni indigene che si dedicano alla pastorizia e alla pesca e promuovere lo sviluppo delle energie rinnovabili.

La scomparsa del ghiaccio nell’Artico mette a rischio la stabilità degli ecosistemi e le attività di sussistenza delle popolazioni indigene. Ma la complessità del problema aumenta se si considerano anche gli interessi commerciali e politici di alcune potenze

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