Antiche rotte commerciali e globalizzazione culinaria nel Mediterraneo durante l’età del bronzo federica.dauria
Ven, 05/07/2021 – 08:39


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Federica DʹAuria

Uno studio recentemente pubblicato su PNAS propone delle nuove ipotesi riguardo alla complessità e al grado di globalizzazione della cucina mediterranea durante l’età del bronzo. Gli autori di questo lavoro di ricerca hanno analizzato con tecniche molecolari e microscopiche i microgeni e le proteine ancora presenti nel calcio dentale dei resti di alcuni individui che vissero nel II millennio a.C nel sud-est asiatico, nei siti archeologici di Megiddo e Tel Erani. Sembra che costoro si cibassero non solo di cereali, ma che consumassero anche cibi più esotici, che si pensava fossero arrivati nel Mediterraneo molto più tardi, come il sesamo, la soia e la curcuma.

Per capire meglio l’importanza di questi risultati abbiamo parlato con il professor Massimo Vidale, del dipartimento di beni culturali dell’università di Padova, che ci ha aiutato prima di tutto a ricostruire quali fossero le principali rotte commerciali che collegavano le civiltà del Mediterraneo e del vicino Oriente durante l’età del bronzo.

SCIENZA E RICERCA

L’intervista completa al professor Vidale. Montaggio di Elisa Speronello

“È particolarmente famosa, naturalmente, la via della seta che collegava le terre dell’estremo oriente, l’entroterra cinese e anche le regioni più meridionali come l’India ai porti del Mediterraneo sulla costa del Levante”, racconta il professor Vidale. “Sappiamo però che per queste rotte così importanti esistevano versioni più antiche, risalenti all’età del bronzo e utilizzate per commerciare ogni tipo di bene prezioso già a partire da 6000-5000 anni fa. La via della seta era una rotta per via di terra che partiva dell’entroterra asiatico, si snodava attorno ai bordi del deserto del Taklamakan, scendeva giù verso i monti Elburz, procedeva verso i monti del Tauro in Turchia e sboccava ad Antiochia.

Altrettanto importanti erano le rotte per via di mare: le più importanti erano quelle che dalla costa indiana risalivano verso il Golfo Persico e attraverso la Mesopotamia raggiungevano la Siria e la fascia del Levante. Un’altra rotta circumnavigava la penisola arabica, passava per l’isola di Socotra, prendeva il Mar Rosso e giungeva sulle coste egiziane ad Alessandria.

E poi c’era la via oceanica di cui non conosciamo la preistoria. Partiva direttamente dalle coste dell’Asia sudorientale e attraversava l’Oceano Indiano per arrivare alle coste dell’Africa orientale. Questa è la rotta più misteriosa. Sappiamo che era la via delle spezie in età romana, ma siccome la preistoria della navigazione in questa parte del mondo è di gran lunga più antica, è molto probabile che anche nell’età del bronzo qualcuno avesse perlomeno tentato delle traversate del genere a bordo dei catamarani, che erano le uniche imbarcazioni abbastanza leggere per intraprendere la traversata oceanica.

La preistoria della navigazione è uno degli aspetti più misteriosi del nostro adattamento a vivere su questo pianeta”, continua il professor Vidale. “Sappiamo, per esempio, che l’Australia è stata colonizzata dall’uomo tra i 50 e i 70mila anni fa e che l’attraversamento dall’entroterra dell’Asia attraverso le isole della Sonda dev’essere avvenuto sicuramente sia a piedi, perché durante l’ultima glaciazione il livello del mare era di 110 metri più basso, e quindi le isole erano più vicine, sia via mare, perché tra le isole di Bali e di Lombok anche abbassando il livello del mare di 110 metri ci sono comunque 35 km di distanza. Questo vuol dire che i nostri antenati, in epoche così remote che si avvicinano anche alla soglia dei 100mila anni fa, avevano delle imbarcazioni. Questo ci fa pensare alla nostra storia antica in modo completamente diverso”.

Vediamo quindi, tornando allo studio di cui parlavamo poco fa, quali sono stati i risultati più inattesi dell’analisi di questo antichissimo calcio dentale.
“Alcune di queste tracce erano piuttosto scontate, come quelle del grano e le sue varietà”, commenta il professor Vidale. “Trovare il miglio, invece era meno prevedibile. Si tratta di una pianta addomesticata nelle regioni orientali dell’Asia che era molto diffusa nel corso del IV e III millennio a.C. nell’Asia centrale e che arriva in Europa per vie di terra nel II millennio. Decisamente sorprendete è stato il ritrovamento delle tracce di sesamo. L’etimologia di questa parola è indiana, di origine dravidica, e la presenza di questa pianta è attestata nel vicino oriente già nel II millennio e nell’arco di mille anni è diventata una pianta di interesse alimentare anche ai confini orientali del Mediterraneo.
È ancora più sorprendente, inoltre, che siano state ritrovate in questo tartaro dentale delle tracce di soia, che veniva dall’entroterra cinese.
Infine sono state ritrovate tracce di curcuma, che a questo punto sembra essere molto antica, e di datteri, che erano addomesticati già a partire dal V millennio in un’ampia fascia che andava dal Belucistan al Golfo Perisco e anche all’interno della penisola arabica. I datteri erano una parte importante della dieta delle popolazioni del vicino Oriente fra il III e il II millennio a.C. anche perché erano l’unica fonte di zuccheri, sciroppo e farina facilmente conservabili nella cucina.
Tutto questo ci fa capire quanto fosse globalizzata la cultura culinaria dell’epoca e per questo non ci sorprendono più di tanto le straordinarie evidenze di trasposto di spezie in epoca romana. Ad esempio, il trasporto dell’albero della Cassia, dalla cui corteccia si fa la cannella, partiva dall’Asia sudorientale e giungeva in Africa attraverso l’oceano”.

Gli autori dello studio insistono poi sull’utilità delle tecniche microscopiche e molecolari, di cui si sono serviti per portare a termine il loro lavoro, per raccogliere nuovi dati, che possono aiutarci a far luce su questi eventi così antichi.

“Per certi versi, l’archeologia sta diventando in larga misura bioarcheologia”, conferma il professor Vidale. “Questo è sicuramente il campo dell’archeologia che ha avuto lo sviluppo più straordinario negli ultimi venti e trent’anni e comprende studi come quelli di archeologia molecolare e di archeogenetica, che sono sicuramente la frontiera vincente dello sviluppo della nostra disciplina.

Non dobbiamo però illuderci che le cose siano semplici. A volte, infatti, le documentazioni di carattere storico e iconografico sembrano testimoniare qualcosa che appare in contrasto con le evidenze delle analisi scientifiche. Per esempio, nell’isola di Santorini, dove si trova il famoso insediamento minoico distrutto dalle eruzioni vulcaniche, c’è un affresco che ritrae delle stupende scimmie blu, che nell’Egeo non c’erano. Animali del genere si trovavano invece in Africa, e per questo è stato ipotizzato che quelli raffigurati fossero dei langur, le scimmie dell’India settentrionale. È possibile?
Sappiamo, per esempio, che gli artigiani della valle dell’Indo 5000 anni fa facevano delle bellissime perle in cornalina che sono state trovate a Troia, a 4000 km di distanza. Come viaggiavano le perle, allora, con il cibo e le spezie potevano anche viaggiare le scimmie. Ci vorrà ancora del tempo, però, per esserne sicuri”.

Un’analisi del calcio dentale di individui che vissero nel II millennio a.C. ha rilevato tracce di cibi che si credeva fossero arrivati nell’area del Levante in epoca più tarda. Quali erano le principali rotte commerciali che collegavano le civiltà del Mediterraneo e del vicino oriente nell’età del bronzo? E in che modo questi traffici contribuirono alla globalizzazione della loro cucina?
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