Anche l’informatica annaspa nel divario di generefrancesca.bastianon
Mer, 07/01/2020 – 08:16


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Francesca Bastianon

In principio c’era Ada Lovelace, la madre della moderna informatica, e poi Suor Mary Kenneth Keller, la prima donna negli Stati Uniti a ottenere un dottorato in informatica, Hedy Lamarr che inventò un sistema di guida a distanza per siluri, e Karen Spärck Jones, ideatrice del sistema alla base dei motori di ricerca utilizzati oggi. A loro si aggiungono la “madre degli switch” Radia Perlman o Anita Borg che fondò l’Institute for Women and Technology. Si potrebbe continuare a elencare tutte le donne che hanno contribuito a rivoluzionare la computer science ma la storia purtroppo è un’altra.

SOCIETÀ

Anche se la presenza di donne nelle materie STEM è in aumento, nell’ambito informatico siamo di fronte a una sottorappresentanza di studentesse, ricercatrici, docenti e informatiche piuttosto forte. È importante tener presente che analizzare le diverse discipline scientifiche singolarmente può aiutare a conoscere e analizzare meglio le molteplici cause del divario di genere in ciascuna di loro. 

Si stima che i posti di lavoro legati all’informatica saranno sempre di più, grazie anche alla versatilità di questa materia che si adatta all’utilizzo in più aree di lavoro. Provvedere a questo bisogno coinvolge anche la questione di genere: negli Stati Uniti, il rapporto tra studenti e studentesse è di 4 a 1. In Europa, il numero delle studentesse iscritte varia di anno in anno, non mantenendo una costanza utile a portare avanti il cambiamento.

Negli anni si sono sviluppati diversi stereotipi intorno all’informatica: si pensa, infatti, che per avere successo in questo ambito sia necessario avere una predisposizione alla matematica. Pur essendo questa materia ancora coinvolta in modo preponderante, Milecia McGregor, fondatrice del programma educativo Flipped Coding, assicura che oggigiorno è necessario piuttosto utilizzare il pensiero logico, per riuscire ad carpire il quadro completo in qualsiasi situazione. L’immaginario collettivo disegna la figura dell’informatico come una persone asociale e non propensa a lavorare in team, principalmente un uomo bianco o asiatico. L’informatica oggi viene utilizzata in diversi settori dell’economia e della società, lavorando anche a beneficio dei problemi del mondo come i cambiamenti climatici e la povertà. È necessario quindi, data l’enormità del lavoro, predisporre un lavoro in team: più questo è diversificato, con la presenza di donne e altre minoranze, più aumenta la reattività al cambiamento di fronte alle nuove sfide.

L’ampiezza di questo divario è dovuta sicuramente a una molteplicità di cause: oltre alle convenzioni culturali, bisogna esaminare il modo in cui si cerca di avvicinare le bambini e le ragazze al mondo dell’informatica. Molto spesso durante il periodo scolastico non viene creato un ambiente aperto e inclusivo che dia la giusta attenzione all’interesse delle alunne verso le materie STEM, etichettate come discipline “fredde” e quindi non adatte ad essere studiate dalle bambine e ragazze. Agli inizi degli anni Duemila, l’Harvey Mudd College in California ha ripensato al proprio corso di informatica, chiedendosi come renderlo più attraente agli occhi delle future studentesse. Il rinnovamento è avvenuto su due fronti: nel primo caso il corso introduttivo si è focalizzato non solo sulla parte di programmazione ma sulla capacità creativa di risolvere i problemi, dimostrando così l’ampiezza del campo di studi e l’utilità all’interno della società. Per quanto riguarda il secondo aspetto, le studentesse e gli studenti sono stati divisi in base al proprio background, evitando così situazioni di imbarazzo o difficoltà nello studio per la differenza di livello.

 

In un articolo pubblicato su Science, si prendono in esame alcuni dati relativi a uno studio, coordinato dal dipartimento della Pubblica istruzione negli Stati Uniti, in cui sono stati seguiti poco meno di 6.000 studenti per sette anni, dall’ultimo anno della scuola secondaria di primo grado fino alla loro iscrizione al college. Tra i vari obiettivi, venne inserita anche l’analisi del rapporto tra le studentesse e gli studenti e le materie scientifiche, divise tra STEM e PECS (Physics, engineering and computer science). In merito alla seconda area di studio, viene evidenziato come nei ragazzi ci sia una più spiccata volontà nello specializzarsi in queste materie. Tuttavia, lo studio si distingue per una visione del divario di genere in base al rendimento: è stato notato che un numero elevato di studenti si colloca nella fascia del rendimento bassa, arrivando a un rapporto tra uomini e donne di 10 a 1, rispetto alla media del 4 a 1 accennata all’inizio dell’articolo. Il tasso di persistenza negli studi informatici, inoltre, è quasi paritario se prendiamo in considerazione un livello alto di rendimento (74% per gli uomini e 75% per le donne), mentre è stato documentato che se ci “abbassiamo” troviamo più uomini che decidono di continuare gli studi. 

L’analisi della ricerca americana mette in luce un aspetto importante: per creare misure efficienti a eliminare il gender gap e aumentare nello stesso tempo il rendimento è necessario non fermarsi ai fattori legati alle capacità dello studente ma di andare oltre, includendo gli aspetti legati sia al corso di laurea (proponendo iniziative e borse di studio a favore delle studentesse), che alla sfera sociale, mettendo in risalto i benefici di un ambiente di studio e lavoro diversificato e promuovendo donne di successo nel campo informatico.

In principio c’era Ada Lovelace, la madre della moderna informatica, e poi Suor Mary Kenneth Keller, la prima donna negli Stati Uniti a ottenere un dottorato in informatica. Si potrebbe continuare a elencare tutte le donne che hanno contribuito a rivoluzionare la computer science ma la storia purtroppo è un’altra. Il gender gap nelle materie STEM è ancora troppo alto

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