Agricoltura e biodiversità: un’alleanza possibile, per un futuro più sostenibile ed equosofia.belardinelli
Mer, 12/16/2020 – 08:06


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Sofia Belardinelli

Procede silenziosa, quasi invisibile, ma è altrettanto – forse anche più – preoccupante della crisi climatica, della quale è a sua volta un effetto collaterale: parliamo della massiccia perdita di biodiversità terrestre e marina, fenomeno che sta assumendo le proporzioni di una estinzione di massa in piena regola, la Sesta. Si tratta di una realtà angosciante soprattutto per la sua potenziale irreversibilità, caratteristica che rende ancor più essenziale un impegno immediato per fronteggiare tale crisi. Non a caso, molti dei target in cui è articolato il Goal 15 dell’Agenda 2030 (“Vita sulla terra”) pongono come termine di realizzazione degli obiettivi individuati il 2020: termine che, con ogni probabilità, non verrà rispettato.

Lorenzo Ciccarese – autore principale di diversi rapporti IPCC, National Focal Point italiano dell’IPBES e Responsabile dell’Area per la Conservazione delle specie e degli habitat e per la gestione sostenibile delle aree agricole e forestali presso l’ISPRA – sottolinea questo insuccesso: «Il 2020 avrebbe dovuto essere il “Super Year” for Biodiversity, con numerosi incontri che avrebbero poi condotto al Congresso ONU sulla Diversità Biologica. La pandemia ha stravolto tutti i piani: il Congresso è stato posticipato al maggio 2021, e con esso tutte le urgenti decisioni che verranno prese in quella sede».

SCIENZA E RICERCA

L’intervista al dottor Ciccarese. Servizio di Sofia Belardinelli, montaggio di Barbara Paknazar

Conservare la biodiversità è una necessità impellente non solo per un motivo etico – poiché ogni specie vivente ha il diritto all’esistenza –, ma anche per motivazioni molto più pratiche e, in un certo senso, utilitaristiche: «La biodiversità è il presupposto di ogni attività umana, compresa la nostra intera economia. Questo non significa abbracciare una miope posizione antropocentrica: piuttosto, è necessario che impariamo a vivere in armonia con la natura, proteggendo la diversità genetica, la ricchezza degli ecosistemi e la stessa biodiversità, così da garantire a noi stessi, alle future generazioni umane e alla natura la prosperità».

Proprio sul difficile rapporto fra benessere della natura ed esigenze dell’umanità si interroga un importante studio da poco pubblicato sulla rivista inglese Nature, i cui autori tratteggiano una serie di possibili scenari futuri in cui si analizzano le strategie per conciliare la conservazione della biodiversità con la produttività alimentare. Il settore agricolo, infatti, è tra le principali minacce alla biodiversità terrestre: i metodi agricoli industriali – la cosiddetta agricoltura “convenzionale” – sono molto lesivi degli equilibri degli ecosistemi, conducono all’impoverimento della diversità genetica e sono a causa di fenomeni come la desertificazione. Inoltre, a fronte del picco demografico previsto per il 2050 (le proiezioni parlano di circa 10 miliardi di abitanti umani sulla Terra per quella data), appare imprescindibile un cambiamento di paradigma, perché sfamare la popolazione mondiale ed evitare il collasso ecologico sono obiettivi parimenti prioritari.

«Bisogna denunciare il fatto che l’agricoltura sia alla base di molti dei problemi ambientali che oggi ci troviamo ad affrontare», afferma Ciccarese. «Questo, tuttavia, non deve comportare una demonizzazione del settore agricolo: questo è essenziale per la nostra società, non solo perché è la nostra primaria fonte di cibo, ma anche perché fornisce materie prime essenziali a molti settori industriali, come quello chimico, quello farmaceutico… Il conflitto fra agricoltura e ambiente non è insuperabile, ma bisogna ripensare in modo sostanziale i modelli di produzione».

«Secondo l’IPBES – continua il ricercatore dell’ISPRA – sono cinque i principali fattori che causano la perdita di biodiversità: la distruzione degli habitat, l’inquinamento, i cambiamenti climatici, l’invasione di specie aliene, l’eccessivo prelievo di risorse genetiche dalla natura. Per almeno quattro di questi cinque fattori, l’agricoltura è la principale responsabile. In diversi rapporti, tra cui ad esempio la sesta edizione del Global Environment Outlook, si evidenzia come almeno l’80% della perdita di diversità fra le specie viventi dipenda dall’agricoltura. Tutto questo non deve suonare come una condanna senza appello: sono molte le storie di successo che dimostrano come agricoltura e ambiente possano essere integrate, e non poste l’una contro l’altra. L’agricoltura può essere un importante strumento per la conservazione della biodiversità, e proprio in questo senso è stata impiegata nelle principali politiche ambientali attuate dai paesi dell’Unione Europea».

Come rimarcano gli autori dello studio di Nature, perché le misure di conservazione della natura siano realmente efficaci bisogna agire su più fronti: da una parte, dunque, modificare il settore dell’offerta, ristrutturando dalle fondamenta gli attuali sistemi di produzione alimentare; molto importante, al tempo stesso, è modificare anche il settore della domanda, intervenendo ad esempio per ridurre gli sprechi di cibo (che ammontano, annualmente, a cifre altissime: quasi un terzo della produzione mondiale di prodotti alimentari viene perduto nelle diverse fasi di lavorazione e consumo) e per modificare le abitudini di dieta degli individui. «Si solleva, in tal modo, un problema essenziale – spiega Ciccarese – che riguarda l’effettiva praticabilità delle decisioni politiche». L’aumento esponenziale della popolazione mondiale si accompagna a un generale aumento delle condizioni di vita: bisognerà far fronte a una crescente richiesta di cibi che richiedono grandi quantità di energia per essere prodotti, e che non potranno essere disponibili per una popolazione così ampia senza causare un profondo impatto ambientale.

«Bisognerà certamente lavorare per aumentare la resa dei raccolti, soprattutto nei paesi in via di sviluppo; tuttavia, questo incremento dovrà essere mantenuto entro certi limiti, per evitare che si vada incontro ai problemi tipici dell’agricoltura industriale: erosione, disarticolazione dei cicli biogeochimici del fosforo e dell’azoto, desertificazione. Dobbiamo imparare ad aumentare le rese produttive imparando dai nostri errori precedenti: vi sono moltissime pratiche e tecnologie che permettono di andare in questa direzione in modo lungimirante, responsabile e sostenibile, ad esempio applicando i canoni dell’agricoltura biologica.

Sarà inoltre fondamentale, nei prossimi anni, lavorare per la diffusione di una corretta educazione alimentare in tutto il mondo, con l’obiettivo di realizzare una generale trasformazione nelle diete, riducendo soprattutto il consumo dei prodotti animali. L’UNEP (United Nations Environment Programme), ad esempio, sta portando avanti delle campagne per la promozione del consumo di proteine vegetali in sostituzione delle proteine animali».

«Nessuna politica di conservazione della natura può essere portata avanti in maniera isolata, senza essere inserita in un più ampio programma vòlto all’attuazione di pratiche sostenibili in tutti gli ambiti della società e con il diretto coinvolgimento di tutti gli attori istituzionali e sociali», afferma il dottor Ciccarese. Bisogna, in altri termini, attuare la strategia “Whole of government – whole of society, sostenuta anche dall’Agenda 2030, prediligendo un approccio integrato alla soluzione di problemi complessi come quelli posti dalla crisi climatica e dai suoi effetti.

«Infine, seguendo questo principio di integrazione tra discipline e conoscenze specifiche, è imprescindibile implementare la cooperazione tra le scienze esatte, che spesso hanno avuto il monopolio nella gestione dei problemi ambientali del nostro tempo, e le scienze umanistiche e sociali, il cui contributo è altrettanto fondamentale nel delineare soluzioni e nel concepire politiche adeguate ed efficaci».

Una soluzione semplice, che ci consentirà di non rinunciare a nessuno dei nostri benefici, non esiste. Ma l’attiva collaborazione e il coinvolgimento di tutti, dal semplice cittadino fino ai più alti organi istituzionali, può segnare davvero l’inizio del cambiamento.

Come conciliare la conservazione della biodiversità, il cui declino è sempre più rapido, con le esigenze alimentari di una popolazione mondiale in crescita? Ne parliamo con Lorenzo Ciccarese, ricercatore dell’ISPRA, a partire da un importante studio pubblicato su Nature

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Crediti: Chantal Garnier/Unsplash
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