1989, spartiacque della memoriadaniele.montdarpizio
Ven, 11/08/2019 – 16:52


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Daniele Mont D’Arpizio

Il 9 novembre non è solo una data di importanza capitale nella storia, ma anche “uno spartiacque nella memoria europea”. È la tesi dello storico Filippo Focardi, che sul tema ha pubblicato diversi studi e libri, tra cui (assieme a Bruno Groppo) L’Europa e le sue memorie. Politiche e culture del ricordo dopo il 1989.

Una memoria ‘ufficiale’ e condivisa è elemento fondamentale per la costruzione di qualunque entità politica, compresa quella che oggi è l’Unione Europea. “Prima del 1989 la memoria europea era basata su due grandi pilastri – spiega Focardi a Il Bo Live –: da una parte l’esaltazione della Resistenza contro il nazifascismo, dall’altra la ‘colpa tedesca’”. Una narrazione che, pur con numerose lacune – soprattutto per la rimozione del fenomeno del collaborazionismo e dei crimini commessi dagli Alleati – per 40 anni aveva in qualche modo unito, ripetuta da libri e da film, tutti i Paesi che avevano partecipato alla seconda guerra mondiale, compresi quelli del blocco orientale.

Dopo la caduta del Muro lo scenario inizia a cambiare, dapprima in modo impercettibile, poi in maniera sempre più evidente. “Appaiono altri due pilastri, la Shoah e la lotta ai totalitarismi, che inevitabilmente andranno a influire e poi in parte a confliggere con gli altri due – continua lo storico –. In particolare lo sterminio degli ebrei è presente fin dall’inizio, ma come incastonato nella storia dell’antifascismo e della Resistenza. Lo stesso Primo Levi sottolineava spesso la sua militanza come partigiano”.

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Prima del 1989 la memoria europea era basata su due pilastri: l’esaltazione della Resistenza e la ‘colpa tedesca’

Filippo Focardi

A partire dagli anni ’90 l’attenzione si concentra sui perseguitati e gli uccisi, che per definizione hanno tutti la stessa dignità, perdendo progressivamente di vista le motivazioni e gli attori: “le vittime inermi diventano l’epitome rappresentativa del Novecento, che nella coscienza collettiva diventa il secolo della distruzione e dei massacri: il grido ‘Mai più Auschwitz’ diventa così il punto saliente della memoria europea. Un modo forse anche per mantenere una certa vigilanza morale sulla Germania appena riunificata”.

In Europa orientale il crollo del blocco sovietico ‘scongela’ le memorie nazionali, scatenando una sorta di corsa verso la riscoperta della propria storia che però rischierà di sfociare nel nazionalismo.  “Allo stesso tempo in questi Paesi il comunismo viene da una parte criminalizzato ed equiparato al nazismo, dall’altra ‘esternalizzato’, considerato alieno rispetto alla storia patria. Dimenticando che molti movimenti comunisti erano radicati ben prima dell’arrivo dell’Armata Rossa: ad esempio in Germania e in Ungheria, dove già nel 1919 Béla Kun aveva proclamato la nascita di una repubblica sovietica. E che anche molti oppositori alla dominazione sovietica, come Imre Nagy in Ungheria e Alexander Dubček in Cecoslovacchia, in realtà erano comunisti”.


In Europa orientale il crollo del blocco sovietico ha ‘scongelato’ le memorie nazionali, con il rischio di un ritorno del nazionalismo

In seguito all’allargamento a est dell’Ue, tra il 2004 e il 2007, questa ‘battaglia per la memoria’ arriva anche nelle istituzioni continentali, a cominciare dal parlamento europeo: a questo riguardo la risoluzione dello scorso 19 settembre – che tante polemiche ha sollevato soprattutto in Italia – è solamente l’ultimo episodio di uno scontro che arriva da lontano. Con alcune conseguenze: innanzitutto si è scatenata una sorta di competizione tra vittime del gulag e vittime del lager, “con la differenza – continua Focardi – che all’est in questo momento la coscienza dei crimini perpetrati dai comunisti è più viva e presente, la vera ‘hot memory’ direbbe Charles Maier. Ma il problema vero è che in nome del patriottismo si rischia spesso di riabilitare personaggi fortemente compromessi con il fascismo: monsignor Tiso in Slovacchia, Ante Pavelić in Croazia, Antonescu in Romania… fino ad arrivare al monumento ai reparti locali delle Waffen SS in Estonia”.

“Oggi in Europa – conclude lo storico – si fronteggiano due modelli di memoria pubblica: quello tedesco, basato sul superamento critico del passato (Vergangenheitsbewältigung), e quello che potremmo definire polacco, che esalta la storia nazionale e vede nell’autocritica l’espressione deteriore della ‘cultura della vergogna’. Una contrapposizione ben rappresentata dalle polemiche intorno all’apertura dal 2017 della Casa della storia europea, il museo fortemente voluto da Hans-Gert Pöttering, rappresentante tedesco della Cdu ed ex presidente del parlamento europeo”.

Trent’anni fa insomma la caduta del muro ha rappresentato il ritorno alla libertà per decine di milioni di persone, ma anche l’inizio di un processo che un giorno, forse, porterà a una coscienza europea davvero condivisa. Per ora ne siamo ancora ben lontani.

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